Il mondo fisico e i sensi umani, il suono, la luce, il tempo che scorre, sono per loro natura di tipo analogico. Un segnale analogico si muove lungo un’onda, il segnale digitale trasforma ogni informazione in numero binario. Viviamo un’epoca in cui si assiste ad un’inversione di tendenza, e dopo un’enorme apertura e l’abitudine all’iper-connessione digitale, tipica dell’andamento di una modernità liquida, si osserva il bisogno di un lento e graduale ritorno alla disconnessione digitale, per approdare e riatterrare su un terreno decisamente più naturale. Per l’appunto analogico.
Abbiamo visto scivolare via, attraverso l’immediatezza data dalla connessione social che idealmente azzera ogni distanza riducendola a un mero click, il sentimento dell’intimità, della vergogna e della timidezza, che connotano la naturalezza di un incontro. E di un legame.
Per questo nasce Arancia Analogica, un progetto no profit nato con l’obiettivo di promuovere uno spazio-tempo in cui incontrarsi, fisicamente ed emotivamente, silenziosamente o attraverso la musica, per tuffarsi e stare in quell’onda sensoriale fatta di suoni, luce, odori, sensazioni tattili, che sono capaci di connettere, con la natura intorno, con l’altro, con sé. Tutto questo ha un obiettivo nobile nato dall’idea del suo fondatore Francesco Ottaviani, psichiatra e psicoterapeuta e direttore sanitario di una comunità terapeutica a Roma, che punta al contrasto dell’isolamento sociale, dilagante nella nostra epoca. Basta solo considerare i dati degli ultimi studi sull’aumento dei disturbi mentali in Europa (Rapporto OCSE).
Lo scopo è creare la possibilità di fare diversamente cultura della salute mentale, partendo dalle persone, partendo dalle reali difficoltà che le persone vivono oggi nel costruire e mantenere relazioni.
L’esigenza trova radici però personali. Francesco Ottaviani racconta la sua personale esperienza di difficoltà, all’età di sedici anni, a integrarsi con un modo di fare gruppo e comunità che non sente in sintonia con sé; trasforma questa difficoltà attraverso un viaggio in Argentina dove osserva esplora e trova un modo diverso in cui si può essere in connessione con le persone. Un modo più naturale, più autentico, più sincero.
Torna con l’idea in futuro di sviluppare questo progetto.
Voglia di relazioni sincere. È questo dunque l’unico scopo del progetto, che accomuna ormai le diverse persone che dietro ci lavorano, animate da uno spirito comunitario non indifferente, che promuove una modalità di essere piuttosto che quella del fare, della tolleranza all’incertezza dell’incontro reale, piuttosto che la vitrea velocità del digitale.
Ed è quello che si respira negli incontri. L’onda umana si fa sentire, palpabile scorre a fior di pelle, sulle note iniziali di una fanciulla angelica che suona l’arpa, richiama al silenzio, ad un tempo scandito da un ritmo decisamente più umano, caldo, raccolto e accolto da una cornice naturale immersa nel verde, come quella di Villa Ada, di questo ultimo incontro, Festa Analogica, tenutosi domenica 27 settembre. Ci si sente accompagnati per tre ore entro una modalità che restituisce un po’ più alla vita, intesa come l’incontro di tutto ciò che c’è, così com’è, senza giudizio, senza interpretazioni di alcun tipo, eppure così ben accompagnati e congedati da una netta sensazione di potersi affidare.
E la fiducia, si sa, è il vero antidoto per l’incontro, l’incontro con tutte quelle sensazioni ed emozioni che invece solitamente ognuno trattiene per sé.
L’altra sensazione palpabile è quella del senso di appartenenza. L’antropologo francese Marc Augé, introduce il termine del nonluogo, proprio per identificare quella sensazione pervasiva che oggi l’uomo vive immerso in uno spazio privo di identità, di storia e di relazioni stabili, data dal transito per luoghi creati fondamentalmente per il passaggio o dal consumo rapido, come centri commerciali, aeroporti, dovuti dalla mancanza o dall’assenza di legami che non trovano un’identità collettiva, immersi in un mondo fluido che sembra non avere né contenitore, né storia, dove dilaga il rapporto anonimo, dove la persona si riduce a utente, cliente, like.
Spazi, dunque, che vengono utilizzati, consumati piuttosto che essere vissuti nel senso antropologico del termine. L’opposto del luogo, che è, invece, il prodotto di un’interazione tra uno spazio e la comunità che lo frequenta e organizza secondo determinati principi culturali. Ed è questo che produce quella inebriante e vitale sensazione di appartenenza, che apre alla curiosità, che spinge un po’ più in là delle proprie paure, che consente di essere semplicemente insieme, per un certo tempo, in un certo luogo, con un dato obiettivo, cercando di creare una storia.
Credo sia l’intento di Arancia Aanlogica.
È un invito. A esserci, per esserci per sé. E funziona. Oramai l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il valore della prescrizione sociale come parte fondante della cura e inserito nelle linee guida nazionali. Come dire: c’è tutto quel che serve a fare, bisogna avere le condizioni e l’intenzione di fare.
Credo che Arancia Analogica sia decisamente sulla buona strada.
Se volete riascoltare la puntata del podcast NoLabel con Francesco Ottaviani clicca qua.
