Controllo dei dati e salute mentale: i pericoli della frammentazione della conoscenza

Controllo dei dati e salute mentale: i pericoli della frammentazione della conoscenza

Marcio Pochmann, economista brasiliano, presidente dell’IBGE e professore all’Unicamp, ha scritto due saggi a un mese di distanza. A prima vista trattano temi diversi — la sovranità degli Stati il primo, la salute mentale delle persone il secondo — ma raccontano la stessa storia da due punti di osservazione.

L’osservazione di partenza è che il potere nel nostro secolo non si gioca più sul possesso di fabbriche o infrastrutture fisiche, ma sul controllo dei flussi e dei dati. Le grandi piattaforme non si limitano ad archiviare informazioni: sanno dove siamo, cosa consumiamo, quali sono i nostri legami sociali, le nostre inclinazioni politiche e, in qualche misura, cosa faremo domani. Non amministrano solo dati, scrive Pochmann, amministrano probabilità. Un paese che non controlla i propri dati difficilmente controllerà il proprio destino.

È lo stesso spostamento di sguardo che Pochmann applica, nel secondo saggio, alla sofferenza psichica individuale: ed è qui che il ragionamento si fa più incisivo. Da quando la modernità ha sostituito la cornice religiosa che un tempo dava senso al dolore umano — prova, destino, penitenza — quella sofferenza è stata assorbita in un’altra cornice: quella della norma clinica, della produttività, dell’adattamento sociale. Ciò che un tempo veniva letto come questione politica — un lavoro che manca, una vita sociale che si sfalda, una competizione lavorativa senza tregua — oggi si presenta quasi automaticamente come questione clinica. La disoccupazione si traduce in ansia. La precarietà in depressione. L’isolamento sociale in disturbo comportamentale. La violenza strutturale della vita contemporanea non scompare: smette di comparire nelle statistiche sociali per ricomparire nelle cartelle cliniche.

Attorno a questo spostamento si è consolidata un’intera economia: l’espansione delle categorie diagnostiche allarga il mercato di chi ha bisogno di essere curato, nuove classificazioni generano nuovi farmaci e nuove nicchie di profitto e le piattaforme digitali — che non si limitano a osservare i comportamenti ma arrivano a intercettare le emozioni stesse — trasformano la salute mentale in tre cose insieme: oggetto clinico, risorsa economica, terreno di sorveglianza. Il risultato è un equilibrio che Pochmann definisce perverso: persone sempre più diagnosticate, medicate, monitorate, mentre le condizioni che generano la loro sofferenza restano dove erano: perché correggerle richiederebbe cambiare il sistema stesso, non solo curare chi ne porta il peso.

Per il primo dei due problemi Pochmann indica una via d’uscita che non è rifiuto della tecnologia ma sua redistribuzione: uno “Stato intelligente”, un’infrastruttura pubblica capace di integrare dati e strumenti predittivi per anticipare le crisi prima che si manifestino, invece di limitarsi a contarne le vittime dopo. Il punto critico non è la tecnologia in sé, ma chi la controlla e a servizio di quale progetto di società.

Riflessioni simili le aveva già fatte, quasi cinquant’anni fa, Giulio A. Maccacaro, medico e fondatore in Italia di Medicina Democratica: le malattie da usura, da ritmi di fabbrica, da alienazione del lavoro non erano per lui cause naturali, ma prodotte da un certo modo di organizzare la produzione. Oggi quella stessa logica, applicata non più solo alla fabbrica ma all’intera infrastruttura digitale, non più solo al lavoratore ma a popolazioni intere connesse ventiquattr’ore su ventiquattro, mostra lo stesso meccanismo su scala molto più ampia. Il principio che Medicina Democratica rendeva operativo resta valido: distinguere una prevenzione che agisce sulle cause da una che si limita a intercettare il disagio quando è già manifesto — un semplice “placebo sociale” — mettendo l’onere della prova sulle condizioni patogene, non sulle vittime che le subiscono.

C’è un livello ancora più concreto in cui la stessa dinamica si osserva ogni giorno nella pratica clinica: il modo in cui diagnostichiamo un bambino. Michele Zappella lo aveva detto con una formula tagliente riferendosi all’intero spettro di disturbi del neurosviluppo che oggi riempiono gli ambulatori: l’epidemia non è del disturbo, è della diagnosi. Non è una posizione negazionista — Zappella riconosceva che esistono differenze neurobiologiche reali — ma una critica al modo in cui, senza un processo valutativo rigoroso, l’etichetta diagnostica rischia di trasformarsi in un marchio di “diversità irrecuperabile” invece che nel primo passo verso una cura.

È lo stesso paradosso di Pochmann portato dentro la stanza di uno specialista: diagnosticare l’individuo isolandolo dal contesto scolastico, familiare, digitale in cui vive non è un atto clinico neutro. Una classe sovraffollata, un’insegnante esausta, pomeriggi passati su schermi iperstimolanti producono sintomi reali, che finiscono per essere letti come disturbo individuale invece che come segnale di un sistema sotto pressione; senza per questo negare che esistano differenze neurobiologiche genuine.

A questo punto il collegamento diventa esplicito, ed è più profondo di una semplice analogia: in tutti i casi descritti, il potere si esercita frammentando la conoscenza — di uno Stato, di una popolazione, di un singolo bambino — e si mantiene impedendo a chi subisce quella frammentazione di vedere l’insieme. Un sistema che cura gli effetti senza toccare le cause ha tutto l’interesse a non collegare i puntini.

Forse, per dirla con le parole con cui Pochmann chiude il suo saggio sulla sofferenza, l’epidemia più silenziosa del nostro secolo non è solo quella dei disturbi psicologici. È la naturalizzazione di un sistema che trasforma la sofferenza in merce, la diagnosi in identità, la cura in opportunità di business, la connessione digitale in governo di popolazioni e territori — un sistema che ci abitua a vedere solo il frammento che ci riguarda, e mai l’insieme che lo spiega.

Quattro parole tengono insieme le contromisure:

Sovranità informativa — non rifiutare dati e algoritmi, ma impedire che restino patrimonio esclusivo di poche piattaforme private, costruendo un’infrastruttura pubblica capace di usarli per anticipare le crisi invece che per estrarne profitto.

Prevenzione primaria — intervenire sulle condizioni strutturali che generano il disagio, non solo sui suoi effetti già manifesti, con l’onere della prova sulle condizioni patogene, non sulle vittime. Vale per la clinica, ma vale allo stesso modo per una società intera: crisi economiche, migratorie, geopolitiche non sono eventi isolati da gestire quando esplodono, ma l’esito di condizioni che si potevano affrontare prima.

Rigore valutativo — nessuna diagnosi dovrebbe essere posta senza un processo che includa la storia della persona, il suo contesto, un’osservazione su più piani. Vale per il singolo bambino in uno studio medico, ma anche per il modo in cui leggiamo un evento sociale o politico: un’etichetta rapida — “emergenza”, “crisi”, “minaccia” — chiude il caso tanto quanto una diagnosi affrettata chiude quello di un paziente.

Ampliamento del campo di osservazione — il principio che le tiene insieme tutte: non giudicare mai un sintomo, individuale, sociale o geopolitico, isolandolo dal sistema di relazioni che lo produce. È il più semplice da enunciare e il più difficile da applicare, perché richiede la volontà di guardare oltre la spiegazione più comoda: quella che individualizza la colpa invece di interrogare il contesto.

Esperienze che si muovono in questa direzione esistono già: ma restano isolate, sottofinanziate, lasciate a reggersi da sole invece di diventare base di una politica pubblica. Quando le istituzioni non se ne fanno carico, la paura non scompare: trova comunque una risposta, ma altrove — in chi promette scorciatoie, in chi vende sicurezza illusoria al prezzo della libertà. Forse è questo il rischio più concreto: non che la paura resti senza risposta, ma che la risposta arrivi da chi ne trae vantaggio, invece che da chi dovrebbe farsene carico.

Claudio Rosini, Coordinatore Governo clinico del DSM-DP ASL Roma2
Responsabile del Centro Studi e Documentazione ” Luigi Attenasio-Vieri Marzi”