Salute mentale e parole utilizzate. I media devono fare attenzione a come si pongono nel racconto dei fatti

Salute mentale e parole utilizzate. I media devono fare attenzione a come si pongono nel racconto dei fatti

“La comunicazione pubblica ha quindi una duplice responsabilità: contrastare il silenzio e, nello stesso tempo, orientare dentro il rumore”.

(Massimo Cozza)

Il I ottobre 2026 è stato presentato il report “Media e linguaggio: come viene raccontata la salute mentale”, a cura dell’Osservatorio di Pavia e in collaborazione con il Festival RO.MENS e l’Associazione Civita.

Viviamo in un’epoca che possiamo definire digitale per via della diffusione sempre più rapida ed efficiente dei mezzi tecnologici; è bene ricordare però che questo non porta solo benefici, ma anche rischi e un modo diverso di approcciarsi a certe tematiche: come quella della salute mentale e delle notizie che la riguardano.

Comunicazione e relazione, sì, perché quest’ultima si pone come il fondamento di tutto. Nella riflessione di Massimo Cozza, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale ASL Roma 2, le due cose vanno di pari passo: evolve una, evolve anche l’altra. La salute mentale non interessa solo la presenza o l’assenza del sintomo del disturbo, ma anche tutto ciò che circonda la persona: il lavoro, la famiglia, la possibilità di instaurare relazioni e consolidarne. Le parole sono fondamentali per esporre un concetto (il che non è un’ovvietà) ma non si limitano a questo, dato che sono utili persino per confortare e caratterizzare, come la storia della salute mentale ci ha insegnato. Hanno sfidato la paura del giudizio e anche l’isolamento, tendendo una mano là proprio dove lo stigma ha cercato di porre una barriera.

Riprendendo la citazione a inizio articolo, si può sottolineare come non vi sia soltanto una funzione divulgativa ma anche quella di evitare la sovrapposizione di troppe informazioni, che possono soltanto confondere. Questo concetto può essere inserito all’interno delle tre vie descritte dal World Mental Health Report del 2022: dare maggiore importanza alla salute mentale, modificare gli ambienti che la riguardano e rendere più stabili i sistemi di assistenza. Anche da questa considerazione nasce il Festival della Salute mentale Ro.Mens, giunto ormai alla sua quinta edizione.

Anche nel caso di media tecnologici e, in particolare, dei telegiornali presi in considerazione dal report (quelli della Rai, Mediaset e di La7) bisogna sempre ricordare la coerenza richiesta in ciò che si racconta, specialmente nei fatti di cronaca che riguardano ambiti sensibili come la fragilità mentale. Utilizzare termini o tentare di scuotere la coscienza con parole del tipo “questo potrebbe essere un folle” oppure “è follia quella che ha dato input a questa azione?” è oggettivamente un errore, perché non si sa mai chi potrebbe esserci dall’altra parte dello schermo a guardare. Successivamente non si dovrebbe parlare senza cognizione di causa, almeno così si dice, o senza essersi informati a dovere: questa considerazione è valida, appunto, sia per i telegiornali del Prime Time che per i social network, Facebook e Instagram in particolar modo.

Il rapporto OCSE dell’aprile 2026 “The Economic Case for Preventing Mental Ill Health” racconta dati importanti. Un europeo su cinque ha sofferto di fragilità mentali; l’ansia domina la classifica col 40% dei casi, segue il disturbo depressivo (20%) e l’abuso di alcol e sostanze (17%). Le donne soffrono di più dei primi due disturbi descritti, gli uomini più dell’abuso di stupefacenti e alcolici; la fascia di età tra i 15 e i 24 anni è quella più colpita dall’incremento delle fragilità mentali.

Ma su cosa si basa questa particolare attenzione sugli argomenti che stiamo perseguendo? Vi sono due principali obiettivi: il primo è quello di individuare gli espedienti narrativi utilizzati dai giornalisti e anche in tv per parlare di salute mentale, il secondo è quello di basare la comunicazione su una base empirica, fino a dare una sorta di guida alla “buona comunicazione” per quest’ambito sanitario.

Salute mentale e telegiornali. Quanto se ne parla e, soprattutto, come? Il sensazionalismo dietro ai titoli giornalistici è risaputo esserci, ma si sta facendo modo e maniera di osteggiarlo con una sempre maggiore coerenza tra il contenuto della notizia e il “biglietto da visita” della stessa, ovvero il titolo. Osservando le notizie trasmesse dai telegiornali presi in considerazione da gennaio a giugno di quest’anno, si osserva come solo l’1,8% riguardi la salute mentale, con una media di nove notizie al mese e un totale di 389 attualità nelle mensilità considerate.

Ma perché vi è un carattere di eccezionalità e fugacità nel parlare di salute mentale in TV? Lo si considera un argomento scomodo da esporre oppure uno troppo soggetto a equivoci e opinioni? Spesso si accompagna ad episodi di cronaca nera, come si è registrato nel mese di maggio con il fatto del trentunenne che ha investito sette persone a Modena. Da lì è partito quello che può essere definito il toto sanità mentale: “era in grado di intendere e di volere?” e “l’omicida era già in cura presso i servizi di salute mentale” le frasi più ricorrenti nei discorsi inerenti. Il 70% delle notizie riguardanti la salute mentale sono, appunto, collegate a casi di cronaca negativa; nell’insieme dei temi, 7 casi su 10 parlano chiaramente di criminalità e di ordine pubblico, oltre che di sicurezza. Altro tema scottante è quello che passa dal singolo caso psichiatrico alla categoria, come se si volesse fare di tutta un’erba un fascio: si finisce poi per collegare il tutto alla pericolosità sociale e ad utilizzare il numero delle persone seguite dai Servizi di Salute Mentale come se fosse un avvertimento.

Altra categoria da affrontare è quella del rapporto tra giovani e social. A livello di tematiche principali, si hanno le cosiddette “questioni sociali” (15%) come la lotta al bullismo e le conseguenze delle sostanze che danno dipendenza nella popolazione adulta; segue poi l’8% delle notizie riguardanti scienze e salute, dove si espongono studi scientifici inerenti. La popolazione giovanile, senza nemmeno dirlo, è al centro di queste discussioni e mostra come ci si tende a considerare giovani anche quando, a livello anagrafico, non lo si è più: una volta raggiunta un’età da definire adulta si tende a spostare l’asticella sempre più in avanti, come a non accettare le varie fasi della propria vita.

Analizzando i post delle prime sei mensilità su Facebook e Instagram, il discorso si fa più interessante. Si parla di 103.397 post, i cui due terzi sono provenienti da Facebook: si va a periodi ma la comunicazione è accentuata quando vi sono particolari eventi di stampo divulgativo, come RO.MENS. Anche molti account di persone rilevanti nell’ambito sanitario psicologico-psichiatrico: psicologi, psicoterapeuti e esperti di neurodivergenza (come l’ADHD), oltre a gruppi e pagine di espressione divulgativa. Su Facebook il 18% dei post sono inerenti ai giovani (merita particolare attenzione l’ambito scolastico, ad esempio) contro il 9,6% dei post sulla piattaforma dedicata alle fotografie: questo riflette la differenza nel modo di comunicare, dato che sul primo social le didascalie sono più lunghe, per dirne una. Per quanto riguarda la popolazione interessata nell’uso dei due social, la percentuale è quasi simile: si ha un 76,1% per Facebook e un 71,3% per Instagram (vedi Rapporto Digital 2026 di We Are Social e MeltWater).

Le interviste, nei servizi giornalistici, ricoprono un ruolo fondamentale con una percentuale del 70%; nel 13,4% delle stesse parlano i protagonisti della cronaca, mentre il 34,2% delle persone intervistate è considerata “gente comune”, sottolineando il punto di vista centrale delle persone presenti sulla scena degli eventi considerati. Entrambe le percentuali, sommate insieme, mostrano come un buon 50% dell’agenda della salute mentale venga esposta in queste due modalità. Col 12,6% seguono gli interventi del personale sanitario specializzato (psicologi, psichiatri ed altre figure inerenti), col 10,6% parlano le figure dell’ambito del “Foro” (giudici, avvocati), invece con l’8,2% si espongono le figure politiche e col 6,5% (un ruolo abbastanza marginale) chi appartiene al terzo settore.

Per concludere, proponiamo una riflessione sulle cose da fare e non fare quando si parla di salute mentale in televisione e sui social. Tra i “don’ts” abbiamo l’enfatizzare il tema della follia come se fosse parte integrante dell’ambito della salute mentale, utilizzare due tipi di approcci (ad esempio uno emotivo e uno di attacco), raccontare il tutto come un’emergenza a livello di dati e l’utilizzo della pratica empatica (per esempio “poverino, stava male”) per parlare di salute mentale senza saperne granché. Tra le buone pratiche ricordiamo la cosiddetta “testimonianza mediata”, ovvero far valutare un’esperienza raccontata da chi l’ha vissuta in prima persona da un professionista che comprende e sa cosa dire al riguardo.

In tutto ciò è fondamentale ricordare come la salute mentale non sia un ambito di lotta tra due o più fazioni, ma una serie di argomentazioni da articolare e su cui riflettere per far star meglio chi soffre e non solo, oltre che sensibilizzare.

Per approfondimenti:

Media e linguaggio. Report Osservatorio Pavia