RO.MENS torna nel carcere di Rebibbia: siamo particelle, parti di celle

RO.MENS torna nel carcere di Rebibbia: siamo particelle, parti di celle

Rebibbia, 8 ottobre 2026

C’è un luogo in cui parlare di salute mentale assume un significato ancora più profondo. È il teatro della Casa Circondariale del Nuovo Complesso di Rebibbia, dove la V edizione di RO.MENS, il Festival della Salute Mentale promosso dalla ASL Roma 2, ha acceso emozioni con musica e poesie.

Sembra quasi che una voce fuori dal campo ci dica: “A chi oggi è arrivato dall’esterno, chiediamo di ripercorrere mentalmente il tragitto compiuto per entrare. L’arrivo davanti all’istituto. Il documento mostrato. Il telefono lasciato fuori o spento. Il controllo, l’attesa, il proprio nome comunicato e verificato. Qualcuno vi ha accompagnati, vi ha indicato dove andare, quando fermarvi e quando proseguire. Per qualche minuto non avete scelto completamente né il percorso né il tempo del vostro cammino.”

Dopo una breve pausa prosegue: “Ora vorrei chiedere la stessa cosa alle persone che tra poco si esibiranno. Provate a ripercorrere il vostro tragitto, questa volta dall’interno. Il momento in cui vi ha chiamati. L’uscita dalla stanza. Il passaggio attraverso la sezione. Le persone incontrate lungo il corridoio, le porte attraversate, l’attesa prima di poter proseguire.”

“Questi due percorsi oggi si incontrano in questa sala. Da questo momento… ci sono persone, che attraverso la musica, provano a raggiungersi”.

La musica per trovare un “Centro di gravità permanente”

Sul palco la musica è diventata uno degli strumenti per cercare un punto fermo quando dentro e fuori di noi tutto sembra muoversi. Me Gustas Tu di Manu Chao, Destinazione Paradiso di Grignani, Me So’ Mbriacato di Mannarino o Centro di gravità permanente di Franco Battiato, che subito si fa metafora dell’intero incontro.

Tra i momenti più significativi dell’incontro c’è una frase esclamata da un detenuto sul palco che rimane impressa: “Credevo di essere un uomo giusto, poi mi sono svegliato e ho dovuto ricominciare da zero”. Ma cosa significa ricominciare da zero? Significa riconoscere che una storia non è necessariamente conclusa, poter immaginare un dopo, anche quando il presente sembra definire completamente una persona. Ed è forse questo che la musica e la cultura possono fare: creare uno spazio nel quale una persona possa tornare a riconoscersi non soltanto dopo ciò che ha commesso, ma anche attraverso ciò che può ancora diventare.

Abbiamo sentito unione, e non separazione. I detenuti non sono stati semplicemente spettatori di un’iniziativa pensata per loro, né figure separate dal resto della platea. Tutti erano parte dell’incontro, sul palco accanto agli utenti della UOC e ad altri protagonisti, ma anche tra il pubblico, seduti nella stessa sala.

La possibilità di raccontarsi. Di essere ascoltati. Di non coincidere con il proprio errore. Di chiedere aiuto. E, soprattutto, di poter ricominciare. RO.MENS nasce proprio con questo obiettivo: contribuire ad abbattere i muri del pregiudizio attraverso la cultura, l’arte, la partecipazione e l’incontro. A Rebibbia quei muri sono stati attraversati dalle parole e dalla musica. Detenuti, ex-detenuti, psichiatri, operatori e pubblico hanno condiviso lo stesso spazio, sul palco e in platea, mostrando che l’inclusione non è soltanto un concetto da raccontare, ma qualcosa che si può fare.

La salute mentale riguarda tutti e non risparmia nessuno

La voce riprende: “Siamo qui per parlare di salute mentale che non abita soltanto nelle diagnosi o nelle cartelle cliniche. Abita nel bisogno, profondamente umano, di essere ascoltati, riconosciuti, raggiunti. Lo stigma nasce quando un’etichetta arriva prima della persona: detenuto, malato, pericoloso. E dietro a quelle parole, lentamente, il volto scompare”.

È in queste parole che cade, almeno per un momento, l’etichetta. Resta la persona. Resta la relazione. Resta la possibilità di riconoscersi nell’altro. Resta però una domanda, semplice quanto scomoda: “Quante volte giudichiamo una persona senza averla davvero conosciuta?”

Si parte da qui per superare una delle barriere più difficili da abbattere: lo stigma. Che hai fatto? Che diagnosi hai? Sembrano le uniche domande che caratterizzano d’improvviso la tua identità. Il pregiudizio trasforma la sofferenza psichica in un’etichetta, e fa dimenticare che dietro ogni diagnosi c’è una persona, con una storia, delle relazioni, delle paure e dei desideri. A Rebibbia questo messaggio assume una forza particolare.

Vedere oltre il muro della nostra pelle

Le emozioni condivise e il valore umano di quest’esperienza hanno permesso di andare oltre ciò che quel luogo rappresenta, riscoprendo una libertà diversa: quella interiore. Nell’istituzione per eccellenza che nega la libertà, noi l’abbiamo avvertita in modo inesorabile.

“Curare in carcere significa continuare a vedere una persona quando tutto rischia di trasformarla in un reato, in una diagnosi, in un numero” prosegue, così, la narrazione. “Forse la cura comincia proprio così: quando qualcuno viene visto e continua a esistere nel nostro sguardo anche quando non è più davanti a noi… OLTRE QUEL MURO DELLA NOSTRA PELLE”.

Dopo una breve pausa la voce narrante conclude: “Tra poco i nostri percorsi torneranno a separarsi. Alcuni attraverseranno i cancelli verso l’esterno. Altri ritorneranno nelle sezioni. Le mura resteranno dove sono. Ma se porteremo con noi una voce invece di un’etichetta, un volto invece di una categoria, allora uno dei muri costruiti dallo stigma sarà diventato un poco più sottile”.

 

In collaborazione con la Dr.ssa Mariantonietta Milelli Dirigente Psicologo Psicoterapeuta UOC Salute Mentale Penitenziaria e Psichiatria Forense ASL ROMA 2.