La “pietra della follia”: Hieronymus Bosch e il confine tra cura e illusione

La “pietra della follia”: Hieronymus Bosch e il confine tra cura e illusione

Un viaggio tra arte, superstizione medievale e la moderna comprensione della salute mentale.

Da sempre l’uomo si è cimentato con le problematiche legate alla salute mentale, cercando, in maniera più o meno scientifica, di comprenderne le dinamiche e capirne il funzionamento. Ovviamente le nozioni erano poche e per lo più miste a superstizioni o fantasie popolari. Di fatti, si pensava che la follia fosse provocata da una serie di pietre conficcate nella testa, come possiamo vedere in diverse iconografie che rappresentano la scena, tra cui la più famosa di Bosch.

Nel celebre dipinto del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, L’estrazione della follia (ca. 1494, Museo del Prado di Madrid), la scena si presenta come una rappresentazione grottesca e simbolica della condizione umana, mostrando un soggetto tratto da una storiella popolare, secondo cui un credulone si fa convincere da un ciarlatano a farsi togliere dalla testa ‘la pietra della follia’.

Attorno al tondo, infatti, c’è un’iscrizione che tradotta dice: “Maestro cava fuori le pietre, il mio nome è “bassotto castrato””, sinonimo di sempliciotto, colui che si fa ingannare.

Nella scena vi è rappresentato un chirurgo (il ciarlatano), che indossa un copricapo a forma d’imbuto, al contrario, simbolo di stupidità e critica contro chi crede di sapere, ma che alla fine è più ignorante di colui che deve curare. Con un bisturi taglia la fronte del paziente per estrarne un fiorellino, anziché dei sassi. Il paziente seduto come ci si siede dal barbiere ha una valenza simbolica, manifesta la passività con cui spesso si affronta la seduta psichiatrica; attorno una suora con un libro poggiato sul capo, riveste un significato paradossale riconducibile all’ignoranza e la stravaganza, insieme a un monaco con un boccale argento che rivolge la mano in segno di rimprovero. Ma non è molto chiaro se il gesto sia indirizzato al medico o al paziente. Questo gruppo è chiamato raggiro degli sciocchi, un tema caro all’artista dove emerge la sua visione: la colpa è grave tanto per l’ingannatore quanto per l’ingannato.

Bosch costruisce un’opera satirica della crudeltà e delle false cure, in cui la follia non appartiene solo al paziente, ma sembra diffondersi a tutti i personaggi coinvolti. La scena richiama pratiche come la trapanazione del cranio, praticata in epoche antiche e medievali, nella convinzione che aprire il cranio potesse liberare il paziente da spiriti o “alterazioni” interne.

La lettura moderna dell’opera permette di aprire un confronto con l’attuale comprensione della salute mentale. Oggi disturbi come depressione, schizofrenia o disturbi d’ansia sono studiati attraverso approcci neuroscientifici, psicologici e sociali, che riconoscono la complessità della mente umana e rifiutano spiegazioni riduttive. Tuttavia, il dipinto di Bosch conserva una sorprendente attualità: la tentazione di semplificare la sofferenza mentale, cercando cause uniche o soluzioni immediate, che non è del tutto scomparsa.

In questa prospettiva, L’estrazione della follia diventa una metafora potente dello sguardo sociale sulla malattia mentale. Non solo denuncia l’ingenuità delle pratiche mediche del passato, ma invita anche a riflettere sul rischio contemporaneo dello stigma: la tendenza a considerare la salute mentale come qualcosa di separato dal resto dell’esperienza umana, o riducibile a un singolo intervento risolutivo.

Il messaggio dell’opera, sembra suggerire che la vera “follia” non risieda soltanto nel paziente raffigurato, ma anche nel modo in cui la società interpreta, rappresenta e tenta di “curare” ciò che non comprende fino in fondo.

Come osserva La patologia mentale del terapeuta e la patologia mentale del paziente: incontri e scontri di Gian Carlo Nivoli, nel capitolo dedicato al Terapeuta alchimista falsificatore (come quello del quadro), il rischio è quello di una pratica terapeutica che alimenta l’illusione di una guarigione rapida e quasi miracolosa. In questa prospettiva, il terapeuta interviene sui sintomi più evidenti, senza accompagnare il paziente verso una comprensione più profonda del proprio disagio, favorendo talvolta un rapporto di dipendenza e la convinzione che la soluzione risieda esclusivamente nella figura del curante.

 

È proprio questa riflessione che sembra dialogare con L’estrazione della follia, dove il ciarlatano promette di estrarre la follia come fosse un oggetto materiale; nel testo di Nivoli, l’Alchimista Falsificatore rappresenta metaforicamente il professionista che sostituisce il lavoro terapeutico con la promessa di una cura semplice e immediata, spesso tramite farmaci che però fungono solo da palliativo, senza risolvere il problema alla base, senza dare il giusto peso a terapie psicologiche necessarie per il paziente.

In entrambi i casi, il messaggio è lo stesso: la sofferenza psichica non può essere eliminata con gesti spettacolari o euristiche, ma richiede tempo, competenza, ascolto e una relazione terapeutica fondata sulla trasparenza.

È in questa distinzione tra autentica cura e falsa promessa che risiede ancora oggi l’attualità dell’opera di Bosch.

Ma perché nel tondo di Bosch il ciarlatano estrae un fiore al posto dei sassi? Cosa significa? Forse estrarre un fiore dalla follia significa scegliere di cercare la bellezza dove tutti vedono il disordine, trasformando il dolore in possibilità. O forse è solo un modo per rappresentare l’inganno del medico, che non tira fuori brecci ma qualcosa di gradevole e delicato.