Dove è finito il valore dello studio e quindi della scuola? Intanto la campanella suona

Dove è finito il valore dello studio e quindi della scuola? Intanto la campanella suona

Sapere o fare?

Si torna sui banchi di scuola. La lunga estate calda prolunga di certo la voglia di vacanza, ma la campanella suona. Molte le novità proposte dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, tra cui il netto potenziamento del digitale fin dalla primaria, spazio al Latino e alla musica, alla storia Occidentale, alla scrittura in corsivo e alle poesie a memoria, incremento delle materie Stem, Informatica e naturalmente l’intelligenza artificiale. Le nuove indicazioni nazionali entreranno in vigore a partire da questo anno scolastico 2026/2027. Definito dallo stesso ministro Valditara, un anno rivoluzionario.

Centralità alla grammatica e alla sintassi, confermato il divieto dell’uso dei cellulari in classe, e l’introduzione di regole per il consenso informato per l’educazione sessuale che, secondo il ministro, dovrebbero offrire alle famiglie la possibilità di scegliere su come deve essere educato il proprio figlio sulle tematiche eticamente sensibili. Punto cruciale su cui tanto si continua a dibattere. Le classi non devono avere, inoltre un numero di oltre 27 studenti.

Tante le variazioni, precise le idee che guidano queste scelte. Come ad esempio la grande attenzione data alla tecnica. In un’epoca in cui l’IA prende decisamente piede e si sostituisce spesso e volentieri alla capacità di pensare dell’uomo, di astrarre, di sintetizzare, di integrare, di teorizzare, dedurre, indurre, non ci resta che la tecnica. Ma la tecnica passa, dice Giovanni Floris durante il dialogo con Corrado Augias in La Torre di Babele, proprio nello speciale Scuola.

La tecnica passa dicevamo, la cultura resta. Saper fare è parte fondamentale dell’istruzione, ma tanto quanto lo è quella del sapere. Lo studio è un approccio alla realtà, che si nutre del senso cretico. La scuola dovrebbe essere fonte del sapere prima o come premessa del fare.

Ma il tornado che attraversa il sistema scolastico dei nostri tempi, va ben oltre le ultime indicazioni disposte dal Ministero. Così come non è sufficiente un’ora trascorsa dallo psicologo scolastico a cambiare le cose, non è assolutamente sufficiente quell’ora di educazione sessuale e affettiva a dialogare davvero con gli studenti. Ma quindi cos’è che manca? O cos’è che serve?

La verità è che come dice Massimo Recalcati, psicoanalista italiano, la scuola giusta è la scuola che non pretende che gli allievi vadano bene in tutte le materie, la scuola giusta dovrebbe coltivare la stortura di ogni allievo, o meglio la propria originalità, senza un’ostinata ricerca  spasmodica al tentativo di raddrizzare le vite degli studenti ad un’unica condotta esemplare.

La scuola deve insegnare a leggere il difficile, dice il filosofo Umberto Galimberti, sempre ospite da Augias e sottolinea come, il vero compito a cui dovrebbero essere formati tutti gli insegnanti, è educare e non istruire.

La mente non si apre se prima non si apre il cuore, dice Platone. Per questa stessa ragione, sottolinea il filosofo, gli insegnanti che sono chiamati a questo ruolo, a questo compito di educare, devono poterlo sentire e volerlo con tutta l’anima e la loro passione, perché devono poter accendere qualcosa dentro ogni studente. E per farlo, cosa di non poco conto, le classi non possono continuare ad essere così numerose, neanche di 27 studenti, come riportato dalle ultime indicazioni nazionali. Perché questi numeri non consentono il reale incontro con ogni allievo. Non tolleriamo più la frustrazione, i genitori sono ossessionati che il proprio figlio sia promosso e che non incontri delusioni o voti insufficienti. Ma bisogna incontrarlo il dolore, bisogna educare i figli a incontrare dolore e fallimento che genitori, istituzioni e società tentano di negare. Sentenzia Galimberti.

Sentenze che sono mirate a scuotere coscienze, troppo spente, troppo ammutolite da quel fare disconnesso ad un sentire passionale. Non ci sarà nessuna nuova proposta in grado di apportare un miglioramento al sistema scolastico se non si agisce sulla cultura stessa del sistema e di come viene pensato e concepito.

Un’ultima cosa. Si è persa quella gioia allo studio. Lo ribadisce Floris. Dove è finito il valore dello studio e quindi della scuola? In un momento storico in cui il genitore giudica il maestro e non la materia e in cui dilaga la mancanza quindi di autorevolezza della scuola e delle istituzioni, si sta spegnendo anche quella gioia dei bambini e studenti di andare a scuola.

Ci sono bimbi che in altre parti del mondo percorrono chilometri anche a piedi pur di arrivare nel luogo di insegnamento e imparare. Noi assistiamo a una perdita di quella gioia. Chiediamoci il perché. E non credo che la lunga serie di argomentazioni proposte per il nuovo anno scolastico possano bastare.

Perché ricordiamoci che la cultura è il modo che ciascuno di noi ha per trasformare se stesso.