Scuola finita e nuova routine. Come aiutare i ragazzi a vivere un’estate più serena

Scuola finita e nuova routine. Come aiutare i ragazzi a vivere un’estate più serena

L’anno scolastico è giunto al termine e i ragazzi, per quanto felici di godersi l’estate, dovranno fare i conti con una nuova quotidianità oltre che routine. Più tempo libero non equivale necessariamente a una salute mentale più positiva, per via di vari fattori. Tra una maggiore statistica di tempo passato online e un’elevata esposizione a contenuti inerenti l’immagine corporea, l’estate dei giovani si prepara ad essere osservata con un pizzico di attenzione in più.

Gli specialisti dell’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma pongono l’attenzione sulla questione sopracitata, perché tutti questi elementi possono portare all’insorgenza di difficoltà psicologiche in particolare per quei ragazzi che possono essere considerati come più fragili. La cosiddetta “prova costume” non aiuta in questo frangente: la ricerca esasperata del peso perfetto e l’isolamento sociale che ne può conseguire, insieme ad allenamenti troppo presenti e diete troppo restrittive, possono far vivere il periodo estivo in maniera molto negativa.

Possiamo parlare, altresì, anche di relazioni e della loro importanza. Con l’arrivo della cosiddetta “bella stagione”, i bambini e i ragazzi sono sottoposti a una “pausa” dai rapporti quotidiani con i loro pari, con conseguente attivazione di tutti quegli elementi citati prima. L’autostima e il rapporto con la propria fisicità possono essere colpiti e, in un certo senso, resi più deboli in una sorta di “lotta” tra sé e i canoni che la società impone, con un costo psicologico molto alto.

Insomma, non tutto è benessere, anche in presenza di una pausa dagli impegni che caratterizzano le nostre giornate e di una sensazione di “leggerezza irreale” per tre mesi.

Durante l’estate, secondo studi internazionali, si è evidenziato come gli adolescenti passino sui social più tempo rispetto a quando sono impegnati negli impegni scolastici. Il tempo di connessione è ampiamente superato rispetto alla media per il 30% dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni, fino ad arrivare oltre le quattro ore consecutive. Il “social jet lag” riguarda il 70-80% degli adolescenti e riguarda un’alterazione del ritmo sonno-veglia, con addormentamento e risveglio spinto avanti di ore. Parlando di social e attività online invece, il 30% degli adolescenti non è soddisfatto del proprio aspetto corporeo e gli standard propinati dal web non aiutano in questa concezione. La Mental Health Foundation britannica conferma come le immagini visionate online incidano negativamente sull’autostima dei giovani e giovanissimi, per ben il 40% dei ragazzi. Allo stesso tempo, le diagnosi degli ex DCA (ora Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione) sono aumentate del 50% per i bambini sotto i dieci anni e nella fascia di età 11-13 anni nell’arco di cinque anni, sempre secondo i dati dell’ospedale pediatrico romano.

Ci sono dei suggerimenti per cercare di viversi l’estate in maniera più leggera? Certo che sì, secondo gli specialisti del Bambino Gesù. Tra i consigli, vi sono quelli di limitare l’uso dello smartphone la sera, di favorire l’attività fisica all’aperto, di osservare eventuali “alert” riguardanti la voglia di isolarsi dagli altri e, soprattutto, di chiedere aiuto specialistico in caso di disagio ricorrente.

Parlando di scuola, non si può non parlare anche di dispersione scolastica, tema molto rilevante specialmente nelle zone più periferiche. Il Rapporto Istat 2026 viene presentato il 21 maggio a Roma e delinea un quadro di sofferenza per i giovani, nonostante le possibilità. In questo documento, toccante vari ambiti della vita delle nuove generazioni tra cui il calo della preparazione e il tasso comunque rilevante di dispersione scolastica, si può notare come quest’ultimo dato di mancanza di continuazione degli studi vari a seconda della zona in cui si vive e cresce.

Andiamo con ordine, citando qualche dato inerente alla questione. Ad esempio, frequentare un istituto professionale può aumentare di ben sedici volte il rischio di dispersione scolastica rispetto allo studiare in un liceo; stesso discorso vale a livello territoriale dove, ad esempio, studiare in Sicilia e Sardegna può incrementare il rischio di lasciare gli studi di ben undici volte rispetto alle altre regioni. Il rischio, però, è anche un altro ossia quello di arrivare al conseguimento del titolo di studio tanto desiderato senza gli strumenti adatti per viversi al meglio l’ambito universitario e quello lavorativo.

Nell’ambito dell’università, appunto, il discorso non cambia ma c’è una curiosità. Tra i figli di laureati e quelli di non laureati, specialmente nel secondo caso, solo il 12,8% dei ragazzi con genitori non laureati riesce a conseguire il titolo, mentre gli altri non raggiungono nemmeno la licenza superiore. I dati parlano chiaro: c’è una possibilità di ben dodici volte superiore di laurearsi per chi ha i genitori che già possiedono questo titolo di studio rispetto a chi non proviene da un ambiente simile.

Altro discorso è quello che tocca i cosiddetti “cervelli in fuga”, non necessariamente all’estero ma anche tra Regione e Regione. Gli studenti del Sud e delle Isole maggiori tendono a voler proseguire gli studi nelle Regioni settentrionali del Paese, con un’incidenza del 13,7% di abbandono scolastico nella parte meridionale dell’Italia, quasi il doppio rispetto alle Regioni del Nord-Est. Il 20,2% dei Neet (ragazzi che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione) è registrato nella parte bassa della penisola, contro l’8,7% del Nord.

Infine chiudiamo con una “variazione sul tema” a livello di genere. Se i Neet continuano a calare (nel 2025 sono stati il 13,3% tra i 15 e i 29 anni), la situazione nel Meridione e per le donne è rilevante ma in negativo. Oltre un terzo dei ragazzi interessati non lavorano e il 40% è in cerca di un impiego da più di un anno. Per quanto riguarda la popolazione femminile italiana, su di loro cala anche la responsabilità delle cure famigliari, che può essere intesa come un importante ostacolo all’inserimento nel mondo del lavoro.

Ci sono soluzioni per preservare la possibilità lavorativa dei giovani o sarà in discesa? Si dovranno prendere sicuramente accorgimenti al riguardo, perché non possiamo permetterci di perdere futuri adulti e i loro desideri occupazionali, perché hanno e avranno sempre la loro importanza all’interno del tutto.

Per approfondimenti:

Sito dell’IRCSS Bambino Gesù

Il Fatto Quotidiano

Rapporto Istat 2026