L’Overshoot Day ci ricorda quanto sia stretta la connessione tra ambiente e Salute Mentale

L’Overshoot Day ci ricorda quanto sia stretta la connessione tra ambiente e Salute Mentale

L’Italia è ufficialmente in debito con il pianeta: il 3 maggio 2026 il paese ha raggiunto il proprio Country Overshoot Day (o Giorno del sovrasfruttamento della Terra). In soli 4 mesi abbiamo superato le risorse che la Terra impiega un anno a rigenerare. 123 giorni in cui abbiamo chiesto troppo al nostro pianeta, dimenticandoci di non esserne i proprietari ma gli abitanti.

Questo fenomeno, seppur iniziato da molto, negli ultimi anni sta vedendo una pericolosa accelerazione: solo nel 1971, poco più di 50 anni fa, questa data cadeva a fine dicembre, nel 2000 a settembre e nel 2009 a luglio. Tutto questo è sintomo di una cultura che non riesce più a prendersi cura e a rispettare ciò che le sta intorno. Sono dati allarmanti e dimostrano quanto l’ambientalismo non sia pura retorica ma una pratica necessaria alla vita di ognuno di noi: l’umanità non può andare avanti senza la sua casa.

Si parla spesso di “eco-ansia”, definita come “la preoccupazione, la paura o l’ansia cronica legata al destino ambientale del pianeta per via di gravi eventi climatici” (Humanitas; 2023). Un sondaggio UNICEF del 2025 evidenzia come Il 69% della popolazione dichiari di trovarsi a pensare che il destino dell’umanità sia inevitabilmente compromesso. Ci sarebbe in realtà da chiedersi il contrario: come è possibile non essere terrorizzati da tutto ciò? È possibile che la nostra cultura così consumistica, ossessionata dal presente e non curante del futuro, ci abbia anestetizzato talmente tanto da non farci provare nulla davanti a una crisi globale?

È vero che sempre più persone stanno acquisendo una maggiore sensibilità sul tema, cercando di attivarsi e di vivere una vita il più possibile sostenibile, ognuno trovando la soluzione più adatta a sé. Fare la raccolta differenziata, utilizzare meno acqua, sprecare di meno o scegliere una dieta ecosostenibile sono piccoli passi che ognuno può compiere per cercare di fare la differenza. È però vero allo stesso modo che la responsabilità individuale non può e non deve valere tanto quanto quella culturale e politica. Parlare di ambiente significa anche parlare di guerre e armi che devastano la vita (l’Osservatorio sui conflitti e l’ambiente (CEOBS) e Scientists for Global Responsibility stimano che le attività militari siano responsabili di circa il 5,5% delle emissioni globali), significa anche parlare di allevamenti e pesca intensiva (i dati ISPRA del 2021 hanno dimostrato che il 79% delle emissioni agricole si deve agli allevamenti di animali destinati al consumo umano) e di scelte energetiche che vengono o non vengono prese in determinati contesti (National Geographic riporta che le emissioni di anidride che si sprigionano dalla combustione del carbone costituiscono il 44 per cento del totale mondiale e sono la principale causa dell’aumento della temperatura globale).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che oltre il 25% delle malattie negli adulti ed oltre il 33% delle malattie nei bambini sotto i cinque anni siano dovute a cause ambientali (La salute mentale passa anche dall’ambiente; Università della Svizzera Italiana). La Salute Mentale è estremamente collegata al tema ambientale: si prevede infatti che i cambiamenti climatici peggioreranno la condizione di moltissime persone a livello mondiale (European Climate and Health Observatory).

È normale chiedersi come possa l’individuo stare bene in una società che tratta la sua terra in questo modo. Inoltre, la correlazione tra cambiamento climatico e sofferenza mentale non è sempre diretta: la stessa commissione europea (Conseguenze dei cambiamenti climatici) evidenzia come le conseguenze di questa crisi siano molteplici e spesso sociali.

È importante prendere consapevolezza che determinate categorie di persone (socialmente marginate, che vivono in stato di povertà o in infrastrutture carenti e intere popolazioni, costrette a migrare) sono impattate maggiormente da eventi naturali catastrofici, dalla distruzione degli habitat naturali e dal surriscaldamento globale. Ad esempio, solo in Europa, tra il 1998 e il 2018, il numero di persone che ha sofferto o soffre di disturbi mentali a seguito di inondazioni è stimato tra 1,72 e 10,6 milioni; intere popolazioni indigene e tradizionali sono messe a dura prova a livello comunitario, a causa della carenza di risorse; inoltre, le temperature estreme impattano gravemente sulla vita di coloro con condizioni di salute mentale preesistenti, poiché il calore è associato a disagio psicologico, peggioramento della salute mentale e maggiore mortalità (Impatto dei cambiamenti climatici sulla salute mentale; European Climate and Health Observatory). Questi elementi devono essere un segnale d’allarme affinché qualcosa cambi.

Tutto questo non vuol dire infatti che ci si debba arrendere di fronte a un mondo che sembra estremamente difficile da migliorare. La paura del futuro molte volte porta alla perdita di speranza e, quando la speranza manca, spesso ci si ammala. Se è vero che lo stato in cui si trova il nostro pianeta fa molta paura, lo è anche che questa paura è condivisa nella maggior parte degli esseri umani. Ed essa può essere trasformata in energia, in impegno attivo.

Non è un difetto essere sensibili su questi temi, come troppo spesso si è portati a pensare. Cosa resta infatti all’essere umano se gli viene tolta la sua empatia, la sua speranza? Sono sentimenti così forti perché nascono dall’amore per il mondo, da un bisogno imprescindibile che ogni individuo ha di vivere: per questo possono fare la differenza.