Lo smartphone. Strumento ormai indispensabile per la quotidianità, sia in senso scolastico/lavorativo che di svago, ma non esente da rischi. Si vedono sempre più giovani, giovanissimi e-perché no- anche bambini piccoli armeggiare con strumenti così leggeri di peso ma così potenti, sia a livello di possibilità positive che di rischi.
Qualcosa però si sta muovendo al riguardo, non solo in Italia con il decreto inerente il divieto dell’uso degli smartphone nelle scuole superiori, ma anche nel resto del mondo. In Italia si sta valutando anche l’adozione della proposta di legge per vietare l’utilizzo dei social network sotto i sedici anni entro il 30 giugno 2026, considerata età critica per tutta questa riflessione che si sta facendo.
Caso interessante è quello dell’Australia che, sulla scia del sondaggio fatto dalla società di ricerca di analisi di dati YouGov, mostra come il divieto messo in atto circa cinque mesi fa nel Paese per gli adolescenti sotto quel range di età abbia fatto rilevare dei risultati interessanti.
Considerato un campione di circa mille adulti del Paese interessato, il 59% è favorevole all’applicazione della norma; prima di quest’ultima, il 77% degli intervistati si era preoccupato dei rischi della Rete per i propri figli o minori conosciuti, come problematiche di salute mentale e cyberbullismo, oltre all’esposizione a contenuti non adatti all’età e a difficoltà a mantenere la propria privacy online.
Tra i cambiamenti in positivo si ha un aumento delle interazioni “face to face” e una maggiore presenza durante la vita quotidiana (a livello di consapevolezza durante le chiacchierate con i genitori, ad esempio), oltre a un miglioramento delle relazioni genitore-figlio. Eppure i vantaggi non sono sempre presenti, essendoci anche dei risvolti negativi come un aumento non simile tra i coetanei inerente l’accesso alla Rete, un direzionarsi verso piattaforme social meno sorvegliate e una riduzione degli aiuti tra pari (peer tutoring) e una minore connessione social.
Rimanendo sul focus del tema, quasi la metà dei genitori intervistati è d’accordo sul fatto di come la sicurezza dei minori sia una responsabilità condivisa, pur con qualche attrito su chi si prende la “briga” di imporre il divieto e scateni le classiche discussioni adolescenziali. Il 45% dei genitori di minori di anni 16 ritiene, senza ombra di dubbio, che prima venga la responsabilità personale nei confronti dei propri figli e poi il resto.
Quasi la totalità dei genitori presi in considerazione (97%) afferma come sia troppo precoce definire quanto il divieto stia facendo, almeno per il momento e che siano necessari misure ancora più restrittive per il connubio adolescenti-social (95%). Per il 59% delle persone considerate, il “social ban” sarà pensato come finalmente in equilibrio quando la riduzione del pericolo online sarà certa; un buon 55% ritiene utili eventuali iniziative di sensibilizzazione social mentre il 51% afferma come la giustezza e l’efficacia del divieto possono ancora essere valutabili.
In aggiunta, il 62% dei genitori sono fortemente convinti che un maggiore coinvolgimento degli stessi ponga un’efficacia maggiore alle basi del “social ban” mentre il 58% vorrebbe regole più stringenti per le compagnie tecnologiche, oltre al concetto (per il 56% degli intervistati) secondo cui la verifica dell’età dell’utente potrebbe aiutare di gran lunga la sicurezza dei minori in Rete.
Chissà che questo “passo in avanti” dell’Australia non possa essere un esempio legislativo utile a livello mondiale e non soltanto per un solo Paese perché la sicurezza di uno, in realtà, è la sicurezza di tutti.
Per fare un salto “dall’altra parte dell’oceano”, come vanno le cose in America al riguardo? Nel continente c’è ancora difficoltà a considerare come vera dipendenza quella dei social: sarà perché la sostanza interessata non si può “toccare”, ma la pericolosità resta la stessa. Un esempio è quello di una donna statunitense che ha accusato Google e Meta di averla condotta verso una cosiddetta dipendenza social. Non è il primo caso ma nemmeno sarà l’ultimo: semplicemente, non per ultimo per importanza, è però il primo caso in cui il danno da social viene citato a livello giuridico e considerato tale.
Secondo il World Happiness Report di quest’anno, i social sono direttamente collegati alla felicità, ma in maniera negativa. Mentre in Paesi come la Finlandia si registra il più alto livello di felicità-grazie anche alle direttive didattiche su uso dei social e pericoli legati agli stessi- in quelli come la Costa Rica è totalmente l’inverso. Un uso eccessivo dei social network e media è associato a un livello di benessere inferiore, mentre chi li utilizza meno di un’ora al giorno è addirittura più felice di chi non li utilizza per nulla.
E in Italia? Come siamo messi? È notizia recente dell’11 maggio 2026 del primo caso (e per la prima volta nel Paese!) di dipendenza comportamentale da un chatbot fondato sull’Intelligenza Artificiale. Pensavamo di essere immuni da notizie come queste, invece non è così. Sempre più giovani e giovanissimi trovano nell’IA un compagno sempre presente e comprensivo, non capendo che le sue risposte sono basate sull’algoritmo delle questioni espresse all’IA e non su una reale “empatia percepita”.
Lo studio di febbraio 2026 “Neural steering vectors reveal dose and exposure-dependent impacts of human-AI relationships”, pubblicato sulla rivista Paginauno e inerente a questo argomento così delicato del rapporto tra chi utilizza le IA e le stesse, ha evidenziato come il rapporto portato avanti troppo a lungo non sia salutare, oltre al fatto che la consapevolezza umana nei confronti delle macchine viene manipolata e di come si crei reale dipendenza psicologica a lungo andare.
Vi lasciamo con una riflessione: immaginate di essere tornati a un trentennio fa, quando i social non erano così diffusi e la socialità era prettamente “face to face”. Era meglio? Era peggio? Ci si potrebbe augurare in futuro un ritorno a una socialità simile o è già persa del tutto?
Per approfondimenti:
