“Non sarà la paura della follia a costringerci a tenere a mezz’asta la bandiera dell’immaginazione”
(Andrea Pazienza)
Per comprendere l’opera di Andrea Pazienza bisogna tornare all’Italia degli anni Settanta, periodo attraversato da tensioni politiche, mobilitazioni studentesche, violenza armata e attentati terroristici. Sono gli anni di piombo, un’epoca in cui l’impegno civile si intreccia con il conflitto sociale e in cui la realtà irrompe con forza nella vita quotidiana, soprattutto nelle città universitarie.
È in questo contesto che prende forma il talento di Pazienza, destinato a rivoluzionare il fumetto italiano. La sua narrazione si alimenta delle avanguardie storiche, dal dadaismo al surrealismo, e si sviluppa attraverso una libertà espressiva che mescola registri, rompe gli schemi e alterna il grottesco al drammatico.
Pazienza è stato uno dei più importanti fumettisti italiani del Novecento, un classico sgangherato, un eterno genio e un torrente di racconti espressi attraverso il pennarello. Nato a San Benedetto del Tronto nel 1956, si trasferì a Pescara nel 1969 per frequentare il liceo artistico, dove iniziò a sviluppare il proprio talento e un linguaggio artistico personale. Nel corso della sua carriera si avvicinò agli ambienti culturali e alternativi di Bologna, città che influenzò profondamente la sua produzione artistica.
Le sue opere affrontano temi ancora oggi attuali, come il disagio psicologico, la solitudine, la dipendenza e la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo. Attraverso personaggi inquieti e spesso contraddittori, Pazienza mostrò come la sofferenza individuale fosse strettamente legata al contesto sociale e culturale. Il fumetto diventò così uno strumento per rappresentare non soltanto la realtà esterna, ma anche i conflitti interiori, le paure e le fragilità delle persone.
Tra le prime opere c’è Pertini, dedicata a Sandro Pertini, protagonista della Resistenza è stato il settimo Presidente della Repubblica e il primo socialista a ricoprire questa carica. Con il suo stile diretto e appassionato ha avvicinato le istituzioni ai cittadini favorendo la nascita dei primi governi laici del Paese. Pazienza ne osserva il carisma e ne intuisce il potenziale narrativo. In un’Italia sempre più segnata dal disimpegno politico e dal ripiegamento nel privato, la fermezza morale di Pertini può diventare un punto di riferimento per un’auspicabile riconciliazione civile. Pazienza diventa la spalla comica di Pertini, che è sempre se stesso: una figura al tempo stesso anziana e infantile, animata da un’inarrestabile passione per la libertà. Pertini è il simbolo di una stagione politica e civile che ormai sembra destinata a morire. La figura del “Comandante Pert” diventa un simbolo generazionale, unendo l’immaginario della sinistra storica con il tratto graffiante e l’avanguardia del fumetto d’autore italiano.
Il Partigiano pubblicato nel 1980 sul “Il Male” è un lavoro celebre per il suo legame con le iconiche storie dedicate a Sandro Pertini, dove Pazienza ritrae il presidente partigiano in chiave ironica e poetica. L’opera non ha una trama lineare unica, ma si sviluppa attraverso una serie di tavole autoconclusive e brevi sketch ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale. Il Comandante Pert, ritratto come un guerriero d’altri tempi, marziale, impavido e totalmente privo di paura e Paz, che rappresenta l’antieroe perfetto: goffo, perennemente terrorizzato e pigro, affrontano nazisti e fascisti in una guerriglia del tutto sgangherata.
Arrivato a Bologna per frequentare il DAMS, Pazienza entra in contatto con un ambiente vivace e anticonformista, fatto di studenti, artisti, intellettuali e giovani ai margini della società. La città diventa uno scenario fondamentale della sua produzione. Bologna è anche una città di sperimentazione artistica, musica, cinema, grafica, cultura alternativa e occupazioni. Tra i luoghi simbolo di quell’ambiente c’è la Traumfabrik, una casa occupata che diventa punto d’incontro per artisti, musicisti, cineasti e disegnatori.
Con Pentothal, pubblicato a partire dal 1977, Andrea Pazienza racconta il disorientamento di una generazione segnata da profonde tensioni politiche e sociali, tra cui gli avvenimenti del marzo 1977 a Bologna e la morte di Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua, ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere.
Dietro l’apparente leggerezza di Pentothal si nasconde, tuttavia, una componente drammatica che attraversa tutta la produzione dell’autore: la presenza costante della morte e della sofferenza. I suoi personaggi sono spesso trasandati, disordinati, incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di trovare una direzione nella vita. Le situazioni assurde e i dialoghi sarcastici alimentano una comicità che richiama la commedia all’italiana e l’umorismo dell’underground americano, ma la risata non seppellisce il dolore: diventa piuttosto un modo per affrontarlo, almeno temporaneamente. La componente autobiografica rende queste rappresentazioni ancora più intense, trasformando esperienze individuali in uno specchio delle difficoltà collettive.
“Pentothal è la torsione fra il mondo che ribolle e la nostra misera e vigliacca solitudine. Pentothal è la consapevolezza, lo sberleffo, gli schemi che saltano, la droga che pareggia. Pentothal è una generazione intera.”
(Andrea Santonastaso)
Con Zanardi, Pazienza spinge il proprio sguardo verso una dimensione più cinica e crudele. Il protagonista, Massimo Zanardi, per gli amici Zanna, è manipolatore e incapace di riconoscere il valore degli altri, incarna un mondo dominato dalla sopraffazione, nel quale i rapporti umani sembrano ridursi a strumenti di potere.
Uno dei temi più dolorosi affrontati da Pazienza è la tossicodipendenza, che negli anni Settanta e Ottanta coinvolge un numero crescente di giovani. L’eroina si diffonde nelle strade, negli ambienti universitari e nei luoghi della socialità alternativa, presentandosi talvolta come una possibile fuga dal disagio, dalla noia e dall’incapacità di affrontare la realtà. Quella che può sembrare inizialmente una via di evasione si trasforma progressivamente in una trappola, capace di compromettere relazioni, aspirazioni e possibilità di futuro. La dipendenza rivela così il lato più drammatico di una sofferenza.
Questa dimensione raggiunge la sua espressione più tragica in Gli ultimi giorni di Pompeo, pubblicato in volume nel 1987. Il protagonista, suo alter ego, è un uomo dipendente dall’eroina, intrappolato in un percorso di autodistruzione dal quale sembra impossibile uscire. L’ironia, così presente nelle opere precedenti, lascia progressivamente spazio all’amarezza e alla disperazione. La scrittura assume un ruolo centrale, mentre le immagini, essenziali e dolorose, accompagnano il deterioramento fisico ed emotivo del protagonista. La dipendenza non viene raccontata come una semplice trasgressione o una scelta individuale, ma come una condizione capace di restringere progressivamente ogni orizzonte, fino a rendere difficile immaginare una vita diversa.
Eppure, proprio nel racconto di questa discesa, emerge una distinzione fondamentale: la morte di Pompeo non coincide con la morte di Andrea Pazienza. Attraverso il personaggio, l’autore sembra dare forma a una possibilità distruttiva dalla quale cerca disperatamente di prendere le distanze. Immagina una vita che continua dopo Pompeo, sogna il figlio che verrà. In questa proiezione verso il futuro si intravede il desiderio di non essere definito soltanto dai propri eccessi, dalle proprie debolezze o dalle proprie contraddizioni. Pompeo come Pazienza, infatti, ricerca la vita. Emblematica la scena della pianta. A tutti i costi vuole mettersi una pianta in casa, una persona che punta alla morte che però ricerca la vita attraverso la natura: ma gli venne data una pianta malata, pura ironia. O la chiamata alla mamma, nel finale, colei che gli ha dato la vita. Quest’opera diventa così il testamento artistico di un Pazienza.
Il 16 giugno 1988 Andrea Pazienza muore per overdose a Montepulciano, a soli 32 anni. È la fine di un’epoca, ma non del mondo creativo che Andrea ha contribuito a costruire. A distanza di decenni, le sue storie continuano a parlare ai lettori perché non appartengono soltanto al periodo in cui sono state scritte. Raccontano la giovinezza, il desiderio di essere amati, il bisogno di riconoscimento, la paura di crescere e la difficoltà di convivere con le proprie contraddizioni.
“Da quando non ci sei la luna piange rosa… Da quando non ci sei Bologna non c’è più”
(Paz dei Gang)



