Gioia mia è un film diretto e scritto da Margherita Spampinato attualmente presente nel catalogo Netflix, che cattura l’attenzione da uno scatto fotografico.
Nico è un bambino introverso. Più che introverso, trascorre la maggior parte del tempo chiuso in casa da solo.
È costretto a trascorrere l’intera estate da una zia siciliana, anziana, (la bravissima Aurora Quattrocchi), perché la sua babysitter si sposa e non può stare con lui. Nico è abituato a quella chiusura e a quella solitudine anche per via del tempo, troppo, che trascorre sul telefonino. Ma quando mette piede in quella terra, molte delle sue abitudini si rivoluzioneranno.
Gela, la zia, non ha il WI-FI in casa e per Nico, questo, all’inizio, è motivo di inziale ulteriore ritiro.
Terra nuova. Zia nuova. Regole nuove.
La zia Gela non ha idea di come approcciarsi ma lentamente fa qualcosa a cui probabilmente Nico non è abituato. Stare con lui. Che concretamente si traduce nell’accettare, almeno all’inizio, la sua riluttanza a uscire di casa, a giocare con gli altri bambini della sua stessa età che giocano nel cortile del palazzo, accettare di lasciarlo da solo in casa, mentre gela va fuori a fare spesa o a trovare le amiche sempre a fianco del suo cane Frank, ma a una condizione: senza telefonino. telefonino che Gela nasconde puntualmente ogni volta che esce di casa.
Inizia così a guardarsi intorno, a essere curioso di ciò che gli sta intorno, apre le persiane, fruga tra le cose di gela anche se le gli ha proibito di ficcare il naso tra le sue cose, guarda dall’alto i bambini giocare nel cortile.
Nico non sa nulla delle attività di routine di casa, proprio come tutti i figli unici sono più o meno mal abituati, gli rimprovera spesso Gela, che inizia così a istruirlo sulle faccende domestiche come stirare, rifare il letto ogni mattina, saper cucinare i fondamentali della cucina siciliana. All’inizio Nico guarda con un fare piuttosto distaccato il tentativo di Gela, ma semino dopo semino, quasi senza accorgersene Nico incamera tutte le informazioni osservate.
E durante le partite di Briscola e Scopa prendono vita i primi tentativi di dialogo, di incontro tra due generazioni così diverse e così lontane eppure così tanto preziose l’una per l’altra. È questo che scoprono entrambi.
Gela custodisce un segreto che non ha mai rivelato a nessuno. Segreti che riecheggiano nei portici senza tempo del palazzo ma di cui non ha mai parlato apertamente a nessuno. Questa concessione speciale, diviene per Nico il passepartout per la costruzione di una fiducia che profuma di legame. È così che Nico piano piano si apre. Accetta di aprire la porta di casa a una delle bambine che giocano nel cortile, Rosa: si guardano, si scrutano, si studiano mentre giocano a carte e, quando Gela li lascia soli, scoprono insieme dove è nascosto il telefonino, ci giocano per un po’ ma poi, come un girasole, spontaneamente si rivolgono verso il sole.
Rosa è trascinatrice della vitalità bloccata di Nico, bloccata su uno scherzo che spegne il cervello, ripristinata grazie a giochi semplici come nascondino, come giocare a palla nel giardino o intrufolarsi nelle case degli altri come atto trasgressivo condiviso.
Gela, la casa di gela, quel modo di fare, dentro quella lentezza piena, in un luogo permeato dall’assenza della fretta, riportano Nico all’essenza delle cose, alla bellezza della semplicità e spontaneità e Nico si schiude perché, forse, non sente più la necessità di difendersi da un esterno iper-invadente, iper-veloce, iper-performante.
Nico non sa come contattare il proprio dolore. Anche questo glielo insegnerà Gela. Quando Frank il suo amato cane muore, gela si chiude in stanza, non mangia, non dorme, non parla. Allora è lì che Nico si adopera per lei, stira, cucina, apparecchia ma gela è presa dal mal d’amore, così lo definiscono le altre vicine che la vanno a trovare e spiegano a Nico, un po’ perplesso e preoccupato, la sua condizione.
Poi, però un giorno qualcosa cambia e, dopo aver dato giusto tempo e giusto spazio al proprio dolore, Gela piano piano, cerca Nico e ritorna alle attività di prima.
È questo l’insegnamento cardine. Si può stare male, si può attraversare il dolore, si può tornare alla vita.
Nico e Gela sono legati. Legati da quel meraviglioso filo di cotone che profuma di unione, che tesse relazioni significative, che riconsegnano alla vita, senza invadere, senza obbligare, senza fretta, senza esigere, senza patologizzare.
Grazie alla Regista per aver pensato e realizzato un esempio di come le relazioni, alcuni tipi particolari di relazioni, possono curare. Grazie.
