Arte e follia. David Bowie e la paura di impazzire: quando il processo artistico salva la vita

Arte e follia. David Bowie e la paura di impazzire: quando il processo artistico salva la vita

Nella discografia di David Bowie la follia è spesso presente e mai una metafora.

Questa è una presenza reale, anzi, familiare e da lui temuta. Un’ombra che percorre la sua vita privata e la sua produzione artistica. Nato come David Robert Jones, il Duca Bianco, cresce con il peso della malattia mentale in casa; nell’intervista rilasciata all’Arena nel 1993, l’artista affrontò il tema della salute mentale all’interno della propria famiglia, dicendo: ‘Sono sempre stato molto ambiguo riguardo a questo tema. A volte mi spaventava il fatto che la mia stessa sanità mentale potesse essere in discussione, ma allo stesso tempo trovavo affascinante che la mia famiglia avesse questa vena di follia, più che una semplice vena. Molte delle sorelle di mia madre si sono suicidate oppure erano maniaco depressive o schizofreniche, e il mio fratellastro Terry era entrambe le cose: maniaco-depressivo e schizofrenico. All’epoca mi chiedevo spesso quanto fossi vicino al limite e fino a che punto avrei dovuto spingermi. Pensavo che avrei tutelato meglio la mia salute mentale se fossi rimasto sempre consapevole che la mia follia fosse una possibilità reale della mia vita’.

Il fratellastro, Terry Burns, una figura fondamentale nella vita personale e artistica di Bowie, soffriva di schizofrenia e fu ricoverato più volte in istituti psichiatrici sottoponendosi a trattamenti durissimi, come l’elettroshock e secondo alcune fonti, la lobotomia. Terry introdusse Bowie alla letteratura, al jazz e a tanta arte ma allo stesso tempo ad una visione della vita che era intrisa di una paura: quella di perdere il controllo della mente. Bowie cita come evento cruciale, simbolico e irreversibile un episodio, condiviso proprio con il fratello Terry, ad un concerto, dove per via delle luci, del volume troppo elevato, dell’effetto claustrofobico del locale, fu assalito dal terrore e Terry, ebbe la sua prima crisi. Da lì a poco sarebbe entrato nel manicomio di Kane Hill, un ospedale psichiatrico londinese nell’area di Croydon. Per Terry iniziava un’esistenza segnata dalla sofferente convivenza con la malattia mentale e per Bowie il terrore opprimente di poter impazzire.

Questa paura di perdere il controllo emerge ed è chiara nei testi di Bowie, fin dagli esordi. Una delle più esplicite è, All The Madman del ’70, contenuta nell’album The Man Who Sold The World. Il brano, ambientato in un manicomio, ribalta il punto di vista tradizionale: i “matti” sono consapevoli della propria condizione mentre il mondo esterno pare più confuso e violento. Bowie torna su questi temi svariate volte come in Rock’n’Roll Suicide, We Are The Dead o Jump They Say.

“‘Cause I’d rather stay here

With all the madman

Then perish with the sad men roaming free

And I’d rather play here

With all the madmen 

For I’m quite content they’re all as sane as me.”

“Perché preferisco restare qui

Con tutti i matti

Piuttosto che perire con gli uomini tristi che girano liberi

E preferisco giocare qui

Con tutti i matti

Perché sono abbastanza contento che sono tutti sani quanto me.”

In un’intervista per la rivista statunitense Phornograph Record nel ’71 e riportata su rockol.it, l’autore, riferendosi al testo di All The Madman, disse: “L’ho scritta per mio fratello. L’uomo che sta dentro che non vuole uscire è lui. È perfettamente felice… così come è sempre molto contento di vederci. Ma non ha mai niente da dire.”

Il brano Jump They Say, come dichiarato da Bowie in un’intervista per la rivista NME, è ispirato al suicidio del fratellastro, che si è tolto la vita lanciandosi sotto un treno il 16 gennaio 1985.

Jump They Say è parzialmente basata sul ricordo del mio fratellastro e probabilmente, per la prima volta, sul tentativo di scrivere come mi sono sentito quando si è suicidato. È anche legata alla mia sensazione di aver talvolta compiuto un viaggio metafisico nell’ignoto e di essermi chiesto se davvero credessi che ci fosse qualcosa là fuori a sostenermi, in qualunque modo lo si voglia chiamare: un Dio o una forza vitale? È un pezzo impressionista, non ha una trama narrativa chiara e coesa, a parte il fatto che il protagonista della canzone scala una guglia e salta giù.”

Nel suo ultimo album, Blackstar (2016), Bowie non parla più solo di follia, ma anche di morte, fede e identità. Come se nella fine della sua carriera l’artista riuscisse a superare le ombre del suo passato e ad accettarle. Il timore di impazzire, del resto, è una paura collettiva, sintomo comune nei disturbi d’ansia e spesso legato alla sensazione di perdere il controllo. Bowie ha saputo trasformare questa paura in arte, un’arte catartica volta a guardare il passato e violentemente ricostruire il futuro. Questa forte predisposizione all’instabilità mentale, dipendenze e casi di suicidio in famiglia, influenzarono il suo lavoro artistico portandolo anche a creare il suo alter ego, Ziggy Stardust, per gestire le sue ossessioni. Questa figura rappresentava la sua lotta interiore, e appare in molti suoi brani, tra cui il già citato All The Madman. Forse è proprio questa la cosa più importante che Bowie ci ha lasciato in eredità: dimostrare che si può esplorare la follia, usarla come materia creativa senza esserne annientati.

Abbracciare la follia e il disturbo, capovolgerlo e trasformarlo in arte, che sia pittura, danza o una qualsiasi forma artistica, è un atto catartico e salvifico. Molti, grazie proprio ai processi di creazione ed espressione artistica, sono riusciti ad accettare il proprio disturbo e a creare qualcosa di rilevante e straordinario, proprio come David.

Ma quante persone hanno paura di ciò che non conoscono? E quanto ancora è profondo lo stigma che circonda le malattie mentali dentro le famiglie e nella società? Per fortuna ci sono associazioni come COMIP, un’associazione italiana di promozione sociale fondata da Stefania Buoni insieme ad altri cofondatori che hanno l’obiettivo di dare voce, supporto e visibilità ai figli di genitori con un disturbo mentale. L’associazione è nata per sostenere i bambini, adolescenti e adulti che hanno o hanno avuto uno o entrambi i genitori affetti da patologie psichiatriche.

Per me la musica è il colore. Non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere me stesso“. David Bowie.