Voci dal carcere è il titolo della nuova rubrica in collaborazione tra il Centro Studi e Documentazione e la UOC Salute Mentale Penitenziaria e Psichiatria Forense ASL ROMA 2 del carcere di Rebibbia, nata con l’intento di raccontare quello che affronta chi vive il carcere: detenuti, ma anche professionisti, psicologi e psichiatri, tecnici della riabilitazione psichiatrica e assistenti sociali. Persone. Persone che respirano il carcere attraverso vissuti ed esperienze diverse, che rispettano limiti e attraversano barriere. Voci che meritano di essere ascoltate.
C’è un luogo della cura che raramente trova spazio nelle riviste, nei convegni, nelle narrazioni condivise tra colleghi. Non perché non esista, non perché non produca pensiero, prassi, clinica viva. Piuttosto perché è collocato in un centro rimosso: un cuore pulsante della società che, per difesa o per abitudine, preferiamo non guardare troppo a lungo. È il carcere.
Eppure dentro quelle mura — che spesso non sono soltanto circondariali, ma barriere relazionali, culturali, emotive — lavorano professionisti della salute mentale che ogni giorno attraversano soglie complesse. Entrano in un’istituzione totale e si muovono tra fragilità psichiche e rigidità organizzative, tra norme e urgenze, tra il diritto e la sofferenza. E soprattutto ascoltano. Raccolgono storie. Tengono insieme pezzi. Tentano di dare forma a ciò che, altrimenti, resterebbe solo rumore.
Questo progetto editoriale nasce da una trama di connessioni professionali. Da incontri avvenuti dentro il carcere e da dialoghi nati parlando di carcere, a volte faccia a faccia, a volte a distanza, ma sempre a partire da una prossimità mentale ed etica. Professionisti che il carcere lo hanno in mente, nel corpo del lavoro quotidiano o nel pensiero clinico, e che da angolazioni diverse hanno sentito la necessità di fermarsi sullo stesso contenuto. Riflessioni che partono da fuochi differenti — la clinica, l’organizzazione, la relazione, il limite istituzionale — e che, posandosi sul medesimo spazio, lo rendono più denso, più stratificato, più complesso.
Da qui nasce l’idea di narrare. Non come gesto accessorio, ma come postura. Una postura narrativa che è prima di tutto una disposizione interna: stare nella complessità senza semplificarla, attraversare l’esperienza senza chiuderla in formule, restituire senso senza appropriarsene. Narrare diventa allora un atto clinico esteso, un modo per non lasciare che il lavoro resti confinato all’interno di mura che isolano anche il pensiero.
Far uscire dal carcere la voce degli operatori della salute mentale non significa cercare visibilità, né costruire un racconto eroico. Significa rendere dicibile un lavoro che troppo spesso resta invisibile, frammentato, solitario. Significa condividere prassi operative, contesti, interrogativi clinici. Raccontare il carcere attraverso aspetti raramente narrati: la quotidianità delle relazioni, l’etica delle scelte minute e decisive, la fatica di restare presenti senza irrigidirsi, la tensione costante tra custodia e cura.
Ogni articolo che verrà pubblicato sarà, idealmente, una voce in partenza da un centro rimosso. Un movimento che nasce dove la comunicazione tende a spegnersi e prova a oltrepassare il muro. Non un grido, non una denuncia sterile, ma un gesto di dialogo. Una parola che cerca un interlocutore.
Perché l’intenzione è anche questa: raggiungere i colleghi. Quelli che lavorano nei servizi territoriali, nei dipartimenti, nei consultori, negli SPDC, nelle comunità, nelle strutture residenziali. Avvicinare mondi che spesso si percepiscono come separati, come se appartenessero a coordinate incompatibili. E invece si tratta di un’unica geografia della cura, che cambia volto a seconda di dove la sofferenza si deposita e di come la società sceglie di contenerla.
Il carcere viene spesso nominato in modo astratto, come una cornice immobile. Ma dentro, ogni giorno, avvengono micro-processi clinici: una valutazione del rischio che non è solo procedura ma responsabilità; un colloquio che deve attraversare diffidenze legittime; una terapia che procede tra interruzioni, trasferimenti, ritorni, scarti. Un lavoro fatto di soglie: la soglia della fiducia, della vergogna, dell’aggressività, della disperazione. In questo spazio, la parola dell’operatore non è un accessorio: è strumento, contenitore, ponte.
Victor Hugo, ne I Miserabili, ci consegna una delle immagini più potenti della reclusione quando scrive: «Non c’è cattivo uomo, c’è solo cattivo coltivatore». E in Jean Valjean il “galeotto” non è mai soltanto una figura giuridica: è un uomo trasformato dallo sguardo che la società posa su di lui, segnato da una pena che non termina con la scarcerazione, ma continua nella diffidenza, nel marchio, nell’impossibilità di essere altro agli occhi degli altri. Hugo non racconta la condanna per compiacersene: la racconta perché vede come l’istituzione possa diventare un’officina di destino. Le sue parole ci interrogano ancora: cosa facciamo, davvero, quando rinchiudiamo?
Ma qui la prospettiva si sposta. Non è lo sguardo dello scrittore sul carcere, bensì la voce di chi ci lavora dentro, portando competenza clinica e presenza umana. Chi entra ogni giorno sapendo che dovrà misurarsi non solo con i sintomi, ma con l’architettura della reclusione; non solo con la diagnosi, ma con la perdita di agency; non solo con il trauma individuale, ma con quello istituzionale.
Aleksandr Solženicyn scrive, nell’Arcipelago Gulag, che se non si tratta di reclusione non si può fare letteratura. È una frase estrema, ma rivela una verità scomoda: la reclusione è uno dei luoghi in cui si mostra con maggiore chiarezza la fragilità del patto sociale e la resistenza dell’umano. Anche per la clinica, parlare di carcere significa parlare di ciò che siamo e di ciò che tendiamo a rimuovere.
E allora, perché scrivere?
Perché la scrittura non è un lusso. È una forma di restituzione. È il modo per impedire che l’esperienza resti muta. È una resistenza all’isolamento professionale.
Chi lavora in carcere conosce bene il rischio di restare impigliato. Come nel romanzo di Hemingway, dove il vecchio non combatte soltanto con un pesce, ma con la misura stessa della propria resistenza. Tiene la lenza come si tiene una promessa, mentre il mare dilata il tempo e consuma le forze. Eppure, in quella vastità che sembra disumana, il vecchio riconosce una verità essenziale: «L’oceano è molto grande, e una barca è piccola e difficile da vedere». E si accorge di quanto sia prezioso avere qualcuno con cui parlare, invece di parlare soltanto a sé stesso e al mare.
È un’immagine che parla profondamente del lavoro clinico in carcere. L’operatore è spesso una barca piccola in un oceano grande: una presenza discreta, facilmente invisibile. E quando l’esperienza resta senza interlocutori, la solitudine diventa istituzionale. La complessità resta agganciata come un peso sommerso, e il rischio è che, una volta giunti a riva, qualcuno chieda: che cos’era, davvero, l’oggetto della vostra ricerca?
Questa collaborazione nasce per non lasciare quella domanda senza risposta. Per dare parole, corpo e contesto all’esperienza. Perché la cura non resti sommersa.
Scrivere, allora, è anche un modo di non essere orfani. Simone Weil ci ricorda che il racconto impedisce di essere orfani di storia. Narrare significa creare continuità, riconoscere una genealogia, evitare che ciò che accade venga inghiottito come se non fosse mai esistito.
Questa rubrica vuole essere una memoria condivisa della clinica in carcere. Un archivio vivo. Un luogo di pensiero e di confronto. Uno spazio in cui la postura narrativa diventa responsabilità professionale: non per spiegare, ma per restare fedeli alla complessità.
Non per parlare del carcere, ma dal carcere.
Perché una storia, quando viene narrata, smette di essere solo prigioniera….
…. Non è il muro che parla,
ma la voce che lo attraversa.
Tra dentro e fuori resta un varco:
una parola tenuta aperta,
perché la cura non resti sola…
Dott.ssa Mariantonietta Milelli, Dirigente Psicologo Psicoterapeuta ASL ROMA 2 UOC SMPPF
