“Io penso che la vita non sia altro che un atto di separazione,
ma la cosa che crea più dolore è non prendersi un momento per un giusto addio.”
(“Vita di Pi”, 2012)
“Vita di Pi” (“Life of Pi” in lingua originale) è un film del 2012 diretto da Ang Lee, con protagonisti Suraj Sharma e Gérard Depardieu, preso dall’omonimo libro di Yann Martel.
La pellicola racconta di Pi, ragazzo sopravvissuto a un naufragio, in compagnia di una tigre, Richard Parker. Un autore, in cerca di nuova storia da raccontare per il suo prossimo romanzo, intervista l’adulto Pi sulla sua vita, in particolare sull’evento del naufragio. Pi racconta di come ha passato le sue giornate dell’infanzia nello zoo di famiglia in India, da cui proviene anche la tigre, dove ha avuto modo di fare esperienza del modo in cui gli animali stessi vanno trattati.
Ma sono queste le sue uniche esperienze formative o c’è dell’altro?
Certo che c’è dell’altro, soprattutto a livello di tematiche: troviamo espressi temi come la religione, la perdita e persino la separazione, in questo caso, dalla sua famiglia. Ciò che è avvenuto in mare aperto e successivamente ha spinto Pi a riflettere su se stesso, oltre che sui propri valori, è stato uno strappo, una separazione forzata e tragica tra la sua infanzia, la sua famiglia, e la vita adulta che si troverà a fare dopo.
Particolare attenzione merita il connubio separazione e, successivamente, sopravvivenza. Quando ci si trova da soli, spesso, non si sa a chi rivolgersi o come porsi di fronte a determinate situazioni: vuoi per paura o per inesperienza, ci si trova davvero spaesati. Pi, in particolare, deve fronteggiare quest’esperienza già traumatica di per sé, a bordo di una piccola scialuppa di salvataggio, solo con se stesso e la tigre.
Ma come fare a sopravvivere in uno spazio così ristretto, con un animale feroce e sempre pronto a sfruttare le tue debolezze per sopraffarti e sbranarti?
Semplice! Pi decide di “domare” la tigre, e nella sua impresa di farsi rispettare dal grande felino, trova uno scopo per non perdere la speranza. Deve definire chiaramente dove finisce il suo spazio personale e inizia quello dell’animale, prendendosi cura dei bisogni della creatura oltre che ai propri. Perché uccidere Richard Parker vorrebbe dire rimanere davvero solo, ma arrendersi alla natura della tigre lo porterebbe alla morte. Grazie alla presenza dell’animale, il pericolo sempre in agguato, Pi è costretto a rimanere lucido e soprattutto a non arrendersi al suo destino.
Questo viaggio alla deriva si protrae per quasi un anno, e mette a dura prova il corpo e lo spirito del ragazzo e della tigre. Pi, da fervente vegetariano, è costretto a pescare per nutrire Richard Parker e mangiare lui stesso il pesce quando perde le razioni d’emergenza. Il maltempo, il sole cocente e la mancanza d’acqua portano i due al limine, ma proprio quando Pi sta iniziando a vacillare gli si presenta una breve salvezza, rappresentata nel suo racconto come un’isola fatta solo di mangrovie, le cui radici creano una superficie dove vive una colonia di suricati. Lì Pi riesce a passare qualche giorno riposandosi all’ombra degli alberi, senza dover prendersi cura dei bisogni della tigre. Il ragazzo si rende però conto che di notte l’acqua della fonte al centro dell’isola diventa acida, e le mangrovie nel loro crescere lentamente assorbono ciò che le circonda. Rifiutandosi ancora una volta di arrendersi alla natura, decide di riprendere il viaggio assieme alla tigre, con la piccola imbarcazione piena di provviste.
Il naufragio del ragazzo si conclude in Messico, dove finalmente la scialuppa tocca terra e la tigre fugge nella foresta. Una volta soccorso, in ospedale il ragazzo riceve una visita da due impiegati della compagnia da cui proviene la nave naufragata in cerca di spiegazioni sull’accaduto. Non soddisfatti dal racconto a prima vista troppo fantasioso, premono per avere una storia più realistica da riferire ai superiori.
È lì che Pi, colto da una forte emozione, racconta un’altra versione dei fatti successigli dopo l’incidente della nave. Nella scialuppa assieme a lui non c’era la zebra con la zampa rotta, ma un altro marinaio. Non c’era una iena affamata e aggressiva che sbrana la zebra, ma il cuoco della nave. L’orango, ucciso dalla iena, era in realtà la madre del ragazzo, vittima del cuoco nel tentativo di proteggere suo figlio dalla crudeltà della situazione. E infine non è mai stata la tigre ad uccidere la iena e a perseguitare il ragazzo con la sua presenza feroce, il felino era solo lo specchio dell’istinto di sopravvivenza del ragazzo, della violenza che lui è stato costretto a commettere per sopravvivere.
Pi pone l’autore, e anche noi spettatori, davanti a una scelta: credere nel racconto fantastico degli animali, i cui personaggi animaleschi ricordano le fiabe greche, o alla storia che alla fine ha raccontato ai due impiegati giapponesi, fatta di violenza, disperazione e istinto di sopravvivenza.
Per noi spettatori però la scelta di quegli animali specifici non è stata fatta a caso: la zebra potrebbe essere anche simbolo di collaborazione e unità, come il marinaio ferito è innocente e fragile; l’orango è il saggio, il buono, la protezione materna che cerca il figlio; la iena è malvagia, un po’ codarda, traditrice come la cattiveria del cuoco; la tigre, infine, è l’istinto primordiale, la ferocia della sopravvivenza e del desiderio di restare in vita. Gli animali, come le loro controparti umane, sono tutti aspetti della vita umana, sfaccettature di tratti che anche nella loro bruttezza appartengono ad ognuno di noi.
Non è importante che siano verità o rappresentazioni di persone reali. Alla fine, sono traumi che, una volta affrontati, rimangono insegnamenti, fede e umanità. Cosa decidiamo di fare con quello che ci è successo? E la risposta di Pi è vivere, vivere davvero e al meglio delle sue possibilità, dare un senso a quello che ha passato, raccontando la sua storia senza interessarsi se venga creduto o meno. Perché lui sa, e forse la verità la saprà sempre e solo lui.
Ma noi vogliamo credere alla versione con la tigre.
