Quando il cancello si chiude. L’attesa prima di un incontro, la confusione prima della relazione

Quando il cancello si chiude. L’attesa prima di un incontro, la confusione prima della relazione

Quando il cancello si chiude

Il rumore del cancello arriva prima ancora che la mente riesca a comprendere davvero ciò che sta accadendo.

È un suono netto, definitivo. Un suono che separa. Fino a un istante prima c’era ancora un fuori: una strada, una casa, un telefono in tasca, una voce familiare, una quotidianità forse fragile, forse disordinata, ma ancora riconoscibile. Dopo quel rumore, invece, tutto cambia.

Non importa da dove provenga quella persona. Può arrivare dalla libertà, con una misura cautelare appena eseguita. Può arrivare dopo una sentenza definitiva, quando fino al giorno prima continuava a vivere dentro una normalità che pensava ancora possibile. Può arrivare da un altro istituto penitenziario, trasferita per ragioni di sicurezza, di sovraffollamento, di organizzazione.

Ogni storia è diversa. Ogni persona porta con sé un prima fatto di legami, ferite, responsabilità, colpe, paure, speranze, rimpianti. Eppure esiste un momento che accomuna tutti: il primo passo oltre quella soglia.

Da quel momento il tempo cambia consistenza. Non è più il tempo di chi sceglie. È il tempo dell’attesa.

Attesa di essere identificato. Attesa che qualcuno pronunci il proprio nome. Attesa della visita del medico di guardia. Attesa del colloquio con gli operatori dei Nuovi Giunti. Attesa di sapere dove si dormirà. Attesa di capire cosa succederà della propria vita.

Per chi entra, il carcere non è ancora un luogo. È prima di tutto una somma di sensazioni. Rumori. Porte che si aprono e si richiudono. Chiavi. Voci. Corridoi tutti uguali. Divise che ancora non hanno un significato preciso. Volti sconosciuti. Indicazioni rapide. Parole nuove. Regole implicite.

Non si sa chi sia un appartenente alla Polizia Penitenziaria, chi un infermiere, chi un medico, chi uno psicologo. Tutto appare indistinto. Tutto sembra appartenere alla stessa istituzione. E quando tutto è indistinto, anche l’aiuto rischia di essere percepito come parte del controllo.

La mente, in quel momento, non osserva. La mente tenta di sopravvivere.

Il primo passaggio è la matricola. Domande. Generalità. Fotografie. Impronte. Poi il casellario.

«Lasci qui quello che ha.»

Il telefono.

Le chiavi.

Il portafoglio.

L’orologio.

Una fotografia.

Un anello.

Oggetti che fino a pochi minuti prima custodivano una continuità con la propria vita e che ora vengono riposti dentro una busta.

Quel che si può portare con sé entrerà in sacchi neri.

Per chi osserva dall’esterno può sembrare una procedura amministrativa. Per chi la vive è la rappresentazione concreta di una separazione.

È lì che la vita di prima diventa improvvisamente lontana. Non cancellata, ma sospesa. Come se ogni oggetto consegnato trattenesse un pezzo di identità: il ruolo di padre, di figlio, di compagno, di lavoratore, di persona ancora immersa in relazioni e abitudini.

Ed è proprio in quel momento che si comprende quanto sia fragile la nostra idea di normalità. Nessuno pensa, entrando in carcere, che sarebbe stato importante avere scritto su un piccolo foglio il numero della persona da chiamare. Una madre. Un figlio. Una compagna. Un fratello.

Il telefono resta nel casellario. La memoria, travolta dallo shock, spesso si svuota. Quel numero, ripetuto per anni quasi automaticamente, improvvisamente non esiste più. E una semplice telefonata, capace di mantenere vivo il legame con il mondo esterno, può trasformarsi in giorni di attesa, richieste, procedure, ulteriore senso di solitudine.

Poi ricomincia l’attesa.

Seduti.

In piedi.

Su una panca.

Senza sapere quanto durerà.

L’incertezza è una delle condizioni psicologiche più difficili da tollerare. La mente cerca continuamente di prevedere ciò che accadrà, ma qui non possiede alcuna mappa. Ogni rumore può sembrare una minaccia. Ogni cancello che si apre potrebbe riguardare qualcun altro. Ogni nome pronunciato potrebbe non essere il proprio.

Dentro, nel frattempo, succede altro.

C’è chi ripensa ai figli. Chi rivede il volto della madre. Chi continua a ripetersi che tutto questo non può essere vero. Chi prova vergogna, chi rabbia. Chi sente soltanto un vuoto enorme. Chi, semplicemente, smette di sentire.

Il corpo entra in allarme.

Il cuore accelera.

Il respiro cambia.

I pensieri diventano rapidi, confusi, ripetitivi.

Alcuni parlano senza fermarsi. Altri non riescono più a pronunciare una parola.

C’è chi appare perfettamente tranquillo e dentro sta crollando.

C’è chi urla e, in realtà, sta solo cercando un modo per non disgregarsi.

Quando finalmente la persona viene accompagnata verso il reparto, percorre corridoi che non significano ancora nulla.

Cancelli.

Scale.

Porte blindate.

Chiavi.

Voci.

L’istituto possiede una geografia precisa, ma chi entra non la conosce. Ogni volto è sconosciuto. Ogni regola è implicita. Ogni gesto rischia di essere interpretato male. Anche chiedere qualcosa può diventare difficile, perché non si sa a chi rivolgersi, come farlo, con quali parole, con quale timore di essere giudicati o fraintesi.

In condizioni di sovraffollamento potrebbe non trovare neppure una stanza detentiva immediatamente disponibile. Potrebbe essere collocato temporaneamente in una saletta, condividendo con altri uno spazio non pensato per lui. Anche questo aumenta il disorientamento, la sensazione di precarietà, la difficoltà di comprendere dove ci si trovi davvero.

Ed è qui che il carcere incontra gli operatori della salute.

Perché il carcere non è un luogo nato per curare.

È un luogo costruito per custodire.

La cura arriva dopo. Deve trovare uno spazio dentro un’organizzazione che risponde, inevitabilmente, anche ad altre priorità. Deve conquistarsi un tempo, un luogo, un’occasione di incontro. E molto spesso quello spazio non è già dato: va costruito, minuto dopo minuto, dentro il rumore, dentro l’urgenza, dentro la complessità.

Lo psicologo non sempre accoglie la persona in uno studio pensato per favorire il raccoglimento. Non c’è sempre una stanza silenziosa, una porta chiusa, un ambiente che protegga naturalmente la relazione. I colloqui avvengono frequentemente in locali condivisi, in spazi adattati, in ambienti attraversati dal rumore dei cancelli, dalle comunicazioni di servizio, dal continuo movimento dell’istituto.

La cura deve farsi strada dentro il rumore.

Ogni volta l’operatore ricomincia da capo. Si presenta. Spiega chi è. Spiega che appartiene al servizio sanitario. Spiega che quel colloquio non riguarda il procedimento giudiziario, ma la tutela della salute.

Prima ancora di fare una domanda clinica, deve dare un significato al contesto.

Perché la persona che ha davanti non possiede ancora alcuna codifica di quel mondo. Non sa distinguere i ruoli. Non conosce le procedure. Non comprende perché proprio in quel momento qualcuno voglia sapere come sta, se abbia mai pensato di togliersi la vita, se abbia avuto cure psichiatriche, se riesca a dormire, se abbia paura.

È costretta a fidarsi di uno sconosciuto mentre tutto, intorno, continua a comunicare controllo, incertezza e perdita.

Ed è proprio qui che emerge la straordinaria complessità clinica del lavoro dei Nuovi Giunti.

Nel giro di pochi minuti lo psicologo deve contemporaneamente accogliere, ascoltare, osservare, valutare, raccogliere informazioni, effettuare uno screening sul rischio suicidario, individuare eventuali segni di psicopatologia, comprendere le risorse relazionali della persona, tutelarne la privacy e, nello stesso tempo, iniziare a costruire quella fiducia che rappresenta il fondamento di ogni futura alleanza terapeutica.

La burocrazia non può fermarsi.

La valutazione non può attendere.

La tutela della persona non può essere rimandata.

Eppure nessuno di questi compiti può cancellare la necessità dell’incontro.

Perché la persona che entra non sa che quelle domande potrebbero salvarle la vita. Non sa che dietro ogni silenzio, dietro ogni esitazione, dietro uno sguardo abbassato o una risposta apparentemente banale, l’operatore sta cercando di comprendere quanto sia elevato il rischio che quel dolore possa trasformarsi in un gesto irreparabile.

Lo screening sul rischio suicidario non serve a compilare una scheda.

Serve a riconoscere che esiste un momento in cui una persona può sentirsi completamente senza futuro.

La valutazione emotiva non serve a classificare.

Serve a capire quanta speranza sia rimasta.

La valutazione delle capacità relazionali non serve a etichettare.

Serve a comprendere se quella persona saprà chiedere aiuto, tollerare la convivenza forzata, costruire legami sufficientemente protettivi oppure se tenderà a isolarsi, aumentando il proprio rischio.

Tutto questo diventa ancora più delicato quando oltre quel cancello entra una persona affetta da una psicopatologia maggiore. È proprio questa la fragilità che il mandato sanitario affida, in prima istanza, agli psicologi dell’ASL: riconoscere precocemente chi rischia di essere travolto non soltanto dall’esperienza detentiva, ma anche dalla propria sofferenza psichica.

La malattia mentale modifica profondamente il modo di leggere la realtà.

Chi vive un episodio psicotico può interpretare il carcere attraverso il delirio.

Chi è gravemente depresso può non riuscire più a immaginare un domani.

Chi presenta una marcata disorganizzazione cognitiva può non comprendere le procedure più semplici.

Chi vive una profonda disregolazione emotiva può oscillare, nel giro di pochi minuti, tra il bisogno disperato di essere aiutato e il rifiuto assoluto di ogni relazione.

Per queste persone il carcere rischia di non essere soltanto un luogo di custodia.

Può trasformarsi in un luogo di ulteriore frammentazione.

La perdita improvvisa dei riferimenti affettivi, il sovraffollamento, la convivenza forzata, il rumore costante, la difficoltà di orientarsi, l’assenza di spazi propri, l’impossibilità di comprendere pienamente ciò che accade possono amplificare vulnerabilità già presenti, fino a rendere il contesto stesso un fattore di rischio.

Per questo il lavoro dei Nuovi Giunti rappresenta uno dei momenti clinici più delicati dell’intero percorso detentivo. Non si tratta semplicemente di formulare una diagnosi. Si tratta di riconoscere la fragilità prima che venga sommersa dal contesto. Di cogliere il rischio prima che diventi emergenza. Di vedere la persona prima che venga identificata esclusivamente con una matricola, con un reato o con una posizione giuridica.

Ed è proprio qui che accade qualcosa che, osservato dall’esterno, potrebbe sembrare improbabile.

Nonostante tutto, la relazione clinica nasce.

Nasce dentro un corridoio attraversato da persone, in un locale che non possiede le caratteristiche ideali di uno studio clinico, mentre continuano ad aprirsi cancelli, risuonano chiavi, vengono impartite disposizioni e l’istituto prosegue il proprio ritmo.

La cura riesce comunque a trovare uno spazio. È forse questo uno degli aspetti più sorprendenti della clinica in carcere. Perché la relazione terapeutica non è generata soltanto dal luogo. Nasce dalla presenza dell’altro. Dalla capacità di fermarsi, anche solo per pochi minuti, davanti a una persona che fino a un istante prima sembrava essere soltanto una matricola in ingresso.

Lo psicologo si presenta.

Spiega chi è.

Spiega perché è lì.

Ascolta.

Orienta.

Accoglie.

Interviene.

E, quasi impercettibilmente, qualcosa cambia.

Lo sguardo della persona smette di cercare continuamente ciò che accade intorno.

La voce rallenta.

Le frasi, inizialmente spezzate, iniziano a raccontare una storia.

È come se, per qualche minuto, il rumore dell’istituto rimanesse sullo sfondo.

Non perché scompaia.

Ma perché, dentro quello spazio, due persone stanno costruendo qualcosa che il contesto non riesce a interrompere.

La fiducia.

È sorprendente osservare come, anche nel pieno della confusione, la persona riesca a riconoscere che quello è uno spazio diverso. Uno spazio nel quale può finalmente dire:

«Ho paura.»

Oppure: «Non ce la faccio.»

O ancora: «Non so cosa mi sta succedendo.»

In quel momento il colloquio smette di essere soltanto uno screening.

Diventa un luogo. Non un luogo fatto di mura. Un luogo fatto di relazione.

Uno spazio mentale nel quale qualcuno accoglie il dolore, gli dà un nome, lo contiene, lo organizza, restituisce informazioni, orienta la persona dentro un contesto ancora sconosciuto e, nello stesso tempo, costruisce i primi elementi di sicurezza.

In pochi minuti convivono accoglienza, ascolto, valutazione clinica, sostegno, orientamento e prevenzione.

Lo psicologo raccoglie i dati necessari, valuta il rischio suicidario, individua eventuali segni di psicopatologia, tutela la privacy, costruisce l’alleanza terapeutica, informa la persona sulle procedure che l’attendono e, nello stesso tempo, restituisce qualcosa di ancora più importante: la sensazione che, nonostante tutto, continui a essere vista come una persona.

È questa la forza della clinica nei Nuovi Giunti.

Trasformare una procedura in un incontro.

Trasformare il disorientamento in orientamento.

Trasformare la paura in una domanda.

Trasformare il silenzio in una parola.

E, qualche volta, trasformare un momento ad altissimo rischio nel primo passo di un percorso di cura.

Perché il primo intervento terapeutico non è sempre una diagnosi. Non è sempre una terapia farmacologica. Talvolta è qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, profondamente umano.

È riuscire, nel caos dell’ingresso, a far sentire una persona nuovamente riconosciuta. A ricordarle che, prima della matricola, prima del reato, prima della posizione giuridica, continua a esistere un essere umano.

Ed è da quel riconoscimento che, molto spesso, comincia non soltanto un’alleanza terapeutica, ma anche la possibilità concreta di prevenire il suicidio, contenere la sofferenza e restituire alla persona il primo, fragile, sentimento di poter ancora immaginare un futuro.