Rifiutarsi di guardare la parte senza il tutto: la lezione del neuropsichiatra infantile Zappella

Rifiutarsi di guardare la parte senza il tutto: la lezione del neuropsichiatra infantile Zappella

Lo psichiatra Michele Zappella è morto a novant’anni, a Siena, dove per trentatré anni aveva diretto il reparto ospedaliero di Neuropsichiatria infantile.

Claudio Rosini, Psichiatra e Coordinatore del Governo Clinico e del Centro Studi e Documentazione “Luigi Attenasio-Vieri Marzi” DSM Asl Roma2, ha provato a tracciare il profilo di chi è indiscutibilmente divenuto oggi figura di riferimento del panorama della neuropsichiatria italiana. Soprattutto di una personalità che è in grado di imparare dai proprio errori.

È raro nei campi della conoscenza trovare qualcuno disposto a mettersi in discussione: un metodo diventa identità, poi bandiera, poi trincea. Zappella ha fatto l’esatto contrario, e lo ha fatto in pubblico, mostrando il proprio limite e poi il modo in cui lo aveva superato. Non è un dettaglio biografico minore. È la cosa che, da addetto ai lavori (sono uno psichiatra che ha sempre lavorato con gli adulti) mi sembra più difficile da trovare in qualunque campo: qualcuno disposto a smontare pubblicamente ciò che lui stesso aveva insegnato.

Zappella riconosceva la componente biologica del disturbo autistico: non la negò mai, la inserì semplicemente dentro una cornice più larga, relazionale, che la biologia da sola non bastava a spiegare.

Ci sono poi, nella lunga vita di Zappella, due momenti diversi che, secondo me, mostrano la stessa visione proposta due volte e che oggi, in questa epoca di idee reazionarie che riemergono, devono essere ricordati con forza e nettezza se, come interpreti di una visione progressista, vogliamo essere all’altezza della sfida che ci viene portata in questa fase storica. Negli anni Sessanta e Settanta fu tra i pionieri delle campagne per l’abolizione delle classi speciali e differenziali (e pensare che qualcuno vorrebbe ripristinarle addirittura), quei luoghi dove i bambini “diversi” venivano segregati invece che integrati. Non è una nota a margine della sua carriera clinica: è una posizione politica nel senso pieno del termine, perché tocca una domanda che riguarda tutti, non solo gli specialisti: chi decide che un bambino non appartiene alla classe comune, e con quale diritto.

Nel suo libro “Bambini con l’etichetta”, Zappella racconta lui stesso come nacque quella battaglia.

Il secondo momento della stessa battaglia arriva molti anni dopo l’uscita di “Bambini con l’etichetta”, quando Zappella affronta lo stesso nodo con parole diverse per l’epoca della diagnosi facile. La sua tesi, tagliente: l’epidemia non è del disturbo, è della diagnosi. Non una posizione negazionista, riconosceva le differenze neurobiologiche reali, ma un atto d’accusa contro un sistema che etichetta in fretta, con test freddi al posto della clinica e che poi lascia che quell’etichetta segua il bambino a scuola, nei rapporti con i compagni, nel giudizio degli insegnanti, spesso per tutta la vita. Sono due battaglie diverse: una contro la segregazione fisica, l’altra contro la segregazione simbolica di un’etichetta, ma identiche nella sostanza: il rifiuto di lasciare che una società si liberi di un problema complesso rinchiudendolo in una categoria semplice, comoda, e definitiva come una condanna.

Cosa resta oggi di Zappella, secondo me: l’immagine di uno studioso che ha sempre chiesto più tempo, più cura, più contesto prima di ogni parola definitiva su un bambino e che la vera battaglia — allora contro le classi differenziali, oggi contro le etichette facili — non è mai stata solo clinica. È sempre stata la domanda su che tipo di società siamo disposti a costruire attorno a un bambino che non entra nella norma.

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