“Voci dal carcere” è il titolo della nuova collaborazione del Centro Studi e Documentazione con la UOC Salute Mentale Penitenziaria e Psichiatria Forense del carcere di Rebibbia. Ci siamo incontrati, ci siamo confrontati, abbiamo deciso come procedere e, come immaginavamo, ne è uscito fuori qualcosa di rilevante. Qualcosa di potente.
Di seguito troverete le nostre emozioni e i nostri pensieri dopo questo incontro, dopo che le parole hanno avuto il tempo di sedimentare e le sensazioni di essere masticate. Per chi è interessato a questo mondo, professionalmente e/o umanamente, ma anche per chi non ne ha mai sentito parlare, per farvi entrare con noi in qualcosa di importante.
Il CSD
Punizione o cura?
La salute mentale in carcere è un diritto costituzionale. Ma la verità è che, troppo spesso, viene dimenticato.
Il carcere è il luogo delle contraddizioni.
Il carcere separa, isola, chiude. La salute mentale cura, ripara, accoglie.
Prende in carico storie emotive assottigliate, rese invisibili dal ruolo di detenuto.
Per questo siamo qui. Perché crediamo nel potere delle parole. Non ci sono confini a fermare le parole. Non ci sono limiti a spezzare un’intenzione.
L’intenzione è quella di unire le forze per raccontare.
Per questo abbiamo deciso di incontrare tutta l’equipe che lavora presso la UOC Salute Mentale Penitenziaria e Psichiatria Forense ASL ROMA 2 di Rebibbia.
La motivazione. E la relazione. Cose invisibili tanto quanto le storie delle persone che, al di là del ruolo sanitario ricoperto, batte dietro corpi che non si lasciano imprigionare dentro uno stesso modo di fare: giudicante.
E quella relazione che tenta un’impresa difficile: cucire trame differenti. E a proposito di trame, lasciamo spazio a chi vuole raccontare come le cose possono cambiare.
E non stupisce che chi sia dotato di una tale narrazione, sia mosso non solo da un animo combattente, ma dalla voglia sincera di incontrare le cose prima di pensare di cambiarle. Oggi abbiamo visto con i nostri occhi l’equipaggio di quella barchetta in mezzo alle onde e mossa dal vento, guidato da una capitana, ma composto da persone animate dallo stesso mordente. Animate dalla consapevole lucidità che solo dal complesso di azioni, ben orchestrate, può nascere una destinazione comune.
La UOC SMPPF
Oggi non era una stanza.
Era una soglia.
Le sedie in cerchio sembravano un piccolo rito laico, un modo silenzioso per dirci: restiamo qui, senza difese. Noi, operatori della salute mentale in carcere, siamo arrivati con addosso l’odore delle chiavi, dei corridoi lunghi, delle parole trattenute dietro porte pesanti. Con quella postura che impari nei luoghi che nascono per separare. Con quella competenza che ti tiene in piedi quando tutto è complesso — ma che a volte, senza che tu te ne accorga, ti irrigidisce.
Il carcere.
Quante volte lo abbiamo sentito raccontare come un luogo esoterico. Un altrove. Un pianeta chiuso, oscuro, irraggiungibile. Come se tra noi e il mondo fuori non potesse esistere un linguaggio comune. Come se la relazione fosse un’illusione gentile ma impossibile.
E invece, per due ore, qualcosa ha ceduto.
Ha ceduto sotto la delicatezza delle attente e poche parole dei ragazzi del Centro Studi. Un gruppo che viene da fuori, da un altrove che non ha le nostre chiavi né i nostri corridoi. Uno sguardo nuovo su di noi, su ciò che facciamo ogni giorno e che spesso, per abitudine, smettiamo di vedere davvero.
Noi, abituati a nominare, a descrivere, a spiegare.
Loro, capaci di rimandare, evocare, usare sfumature di colore per diffondere calore.
E in questa differenza — tra il nostro stare dentro e il loro guardare da fuori — si è creato uno spazio inatteso. Uno spazio in cui le parole non restavano chiuse nel racconto, ma diventavano immagini capaci di muoversi oltre noi.
Non c’era fretta. Nessuno spingeva il tempo. Nessuno guardava l’orologio con quell’inquietudine che dice: devo andare, c’è altro che conta di più. Eravamo seduti ad agio. E quell’agio era raro. Era una resa buona. Era la decisione tacita di restare.
Oggi la stanza non aveva spigoli.
Anche se le pareti c’erano. Anche se fuori restavano le porte, i corridoi, le chiavi.
Era un varco.
Oggi non abbiamo continuato a scrivere le pagine che conosciamo a memoria.
Non abbiamo letto un libro già scritto, già spiegato, già ripetuto.
Non è stata la giornata delle definizioni, delle strutture, dei ruoli allineati come capitoli di un manuale.
Oggi non abbiamo descritto il carcere come si fa nei documenti, nominando gerarchie, funzioni, procedure. Non abbiamo ricopiato ciò che sappiamo dire bene, ciò che potremmo raccontare anche a occhi chiusi.
Oggi abbiamo iniziato a scrivere qualcosa che non era ancora stato scritto.
Abbiamo iniziato a usare un linguaggio che non sta nei protocolli: un linguaggio di relazione, di desiderio di incontro, di apertura al territorio. Un linguaggio che non parla solo di dentro e di fuori, ma di un “con”.
Oggi, in una posizione ostinata e contraria rispetto alla narrazione abituale, abbiamo scelto di non ripetere. Di non restare nella comfort zone del già detto. Di non proteggerci dietro il linguaggio tecnico che ci tiene al sicuro.
Abbiamo iniziato a dirci che vogliamo farci conoscere nel territorio — non come istituzione astratta, ma come volti, come esperienze, come storie — e che desideriamo che il territorio sia lì con noi, non spettatore, ma presenza viva.
Oggi non è stata una giornata da manuale.
È stata una giornata autentica.
Una di quelle in cui non si ripete, ma si inaugura.
Oggi quella stanza non guadava allo spazio, al tempo, al luogo.
Le parole hanno iniziato a uscire non come relazioni di servizio, ma come frammenti di vita. Nessuno veniva interrotto. Nessuno veniva corretto. C’era una morbidezza nella relazione che si percepiva nel respiro. Una grazia nel modo di pensare dell’altro, nel tentare di definire senza imprigionare, nel descrivere senza chiudere.
Quelle posture più spigolose, quelle urgenze che tagliano il tempo, quelle parole che premono per affermarsi — quel giorno erano assenti. E la loro assenza non è stata una mancanza.
È stata una possibilità.
Oggi quel che appesantisce non aveva spazio.
Ogni voce allargava lo spazio.
Ogni sguardo spostava il confine.
Oggi c’era quel che ha senso.
E mentre parlavamo del carcere, abbiamo sentito che stavamo parlando anche di noi. Di quella parte che teniamo segregata. Di quella parte oscura che preferiamo nominare poco. Di quella parte che ha bisogno di essere guardata — non da lontano, non con distacco professionale — ma con occhi veri. Con occhi che cercano un senso comune.
Per due ore abbiamo osato sentire che quel mondo non è un altrove.
Che quel mondo ci riguarda.
Che quel mondo, in qualche modo, ci appartiene.
Dal nostro punto di vista, oggi abbiamo compreso qualcosa che ci mancava: avevamo bisogno di incontrare altri sguardi. Sguardi che non usano solo il linguaggio tecnico, ma quello simbolico. Sguardi che trasformano le parole in narrazione, le esperienze in immagini, il racconto in segno.
Quando sono apparsi quei due disegni — nati dalle nostre parole — è stato come vedere il nostro lavoro riflesso in uno specchio più grande. Qualcuno aveva ascoltato davvero. Aveva accolto ciò che dicevamo e lo aveva trasformato. E in quella trasformazione si è aperta una connessione che andava oltre il concreto.
Non era più solo il carcere.
Era un’immagine condivisa.
Era un ponte che prendeva forma.
Siamo un gruppo variegato.
Portiamo una storia forte, pilastri che custodiscono memoria, passaggi fondativi, scelte che ci hanno dato forma. Una storia che non è solo cronologia, ma identità sedimentata.
E accanto a chi quella storia l’ha costruita giorno dopo giorno, ci sono nuovi arrivati che ne hanno ascoltato soltanto echi lontani, frammenti raccontati, risonanze non ancora vissute sulla pelle.
Oggi, senza spigoli, la Storia è stata interrogata. Non celebrata, non difesa — interrogata. Perché il Presente ha bisogno di memoria per non svuotarsi. E la memoria ha bisogno di essere attraversata, altrimenti si irrigidisce.
In quella stanza il tempo era liquido.
Si muoveva tra ieri e domani, senza fratture.
Il passato non pesava, il futuro non incombeva: dialogavano.
Non è facile sentirsi un corpo unico quando le traiettorie sono diverse.
Non è semplice condividere la stessa visione quando le esperienze non coincidono.
Eppure oggi, in quella morbidezza, in quell’assenza di fretta, attraversando quelle immagini che hanno saputo tenerci insieme, abbiamo intuito che esiste un modo per restare.
Oggi, il disegno del futuro per …
… Restare dentro una storia comune senza uniformarci.
… Restare nel presente senza smarrire le radici.
… Restare insieme, non perché identici, ma perché connessi.
… Restare insieme anche se siamo diversi.
… Restare dentro una storia senza esserne prigionieri.
… Restare in una metafora che tiene ciò che razionalmente fatica a stare unito.
Il carcere, nato per separare, oggi è diventato per un momento luogo di continuità. Il territorio è entrato dentro. Noi siamo usciti fuori. E nel mezzo si è aperto un varco sottile, ma reale. Oggi eravamo al competo.
Oggi non era una stanza.
Era il momento in cui abbiamo smesso di parlare di un mondo chiuso e abbiamo iniziato a sentirlo parte del nostro stesso respiro.
