Fino a dove siamo disposti a spingerci per realizzare il nostro sogno?
“Dream big” (sogna in grande) è lo slogan utilizzato da Josh Safdie nel suo ultimo film Marty Supreme, candidato a 9 premi Oscar, interpretato e prodotto da Timothée Chalamet. La pellicola è liberamente ispirata dal libro “The Money Player: The Confessions of America’s Greatest Table Tennis Champion and Hustler“, autobiografia del campione di ping-pong Marty Reisman. La storia di un personaggio ribelle ed estremamente talentuoso diventa così il pretesto per esplorare uno dei temi più controversi nella società contemporanea: il mito del self-made man.
Una storia di ossessione più che di Ping-Pong
Quale miglior periodo storico poteva fare da sfondo a una storia di ossessione per il successo se non gli anni Cinquanta, calati nel contesto Statunitense? È in questo periodo infatti che prende forma il Sogno Americano (termine coniato da James Truslow Adams nel 1931), il modello culturale fondato sulla possibilità di realizzazione personale, sulla convinzione che l’essere umano possa raggiungere obiettivi straordinari senza l’aiuto di nessuno, contando solo sul proprio talento.
Attenzione: da qui Spoiler alert!
Marty proprio in questi anni lavora come calzolaio nell’azienda di famiglia posseduta dallo zio e vive con la madre in condizioni di povertà. È un personaggio egocentrico, superbo ed egoista, eppure (forse anche grazie alle straordinarie abilità recitative di Timothée Chalamet) riusciamo a empatizzare con lui nella sua assurda ricerca di fama e denaro. Non è difficile essere portati a pensare “non è colpa sua, è perché nessuno crede in lui”. Il protagonista lascia tutto alle spalle (o almeno ci prova) per vincere una competizione in Inghilterra, dove però viene sconfitto nella finale contro il giocatore giapponese Endo. Antitesi tanto nel gioco quanto nella vita, Endo è un personaggio umile che torna in Giappone e continua a lavorare come artigiano.
Da questo momento Marty inizia una vera e propria corsa contro il tempo per riuscire a trovare i soldi necessari per la competizione mondiale: sconfiggere il suo avversario diventa la cosa più importante nella sua vita. La passione sportiva si intreccia con la mania di essere il numero uno. Come se dei paraocchi bloccassero il suo sguardo verso un’unica direzione, lo rendessero insensibile e capace di oltrepassare ogni limite, il protagonista diventa la perfetta incarnazione di un’idea malata, quella del “fine che giustifica i mezzi”.
“Ogni cosa nella mia vita sta cadendo a pezzi ma capirò come fare”
Timothée Chalamet – Marty Supreme
Nonostante la trama si sviluppi in più di due ore, il film scorre rapidamente. Le scene si susseguono come in una partita di ping-pong, in cui la pallina rimbalza rapidamente da una parte all’altra, permettendoci di ammirare la performance ma senza davvero riuscire ad elaborare cosa sia successo. La fotografia saturata (che a tratti ricorda la pittura di Edward Hopper, come riporta anche il regista), i movimenti veloci (come la scena in cui il protagonista corre attraverso la folla per scappare dalla polizia) e i dialoghi tra i personaggi, spesso interrotti o sovrapposti: ogni dettaglio contribuisce a creare un’atmosfera dinamica e nevrotica. Lo spettatore resta con il fiato sospeso fino all’ultimo minuto.
La tensione si scioglie solamente nella sequenza finale. Marty, che sappiamo fin dall’inizio del film sarebbe diventato padre, vede per la prima volta suo figlio. Appena tornato dal Giappone, ormai consapevole di non poter partecipare alla competizione mondiale, piange per l’emozione. Non è stata la sua vittoria nel match amichevole contro Endo – la realizzazione di quello che sembrava il suo unico scopo – a farlo commuovere: è stato il volto di un bambino. È come se in quel momento avvenisse una sorta di redenzione: lui stesso cambia nell’accettare le sue responsabilità, ma siamo soprattutto noi osservatori a vederlo in modo diverso, come se una sola inquadratura ci permettesse di perdonarlo.
Marty Supreme è lo specchio di una società illusoria che ci vuole soli
Non è un caso che, nella maggior parte delle scene, la ricerca di soldi si sovrapponga a qualsiasi altro valore. In un mondo in cui l’accumulo di denaro – simbolo di fama, potere e controllo – è diventato indispensabile per poter dire “ce l’ho fatta”, ogni esperienza più umana viene soffocata. Il protagonista lotta per scavalcare la gerarchia piramidale costruita dal capitalismo, cercando di conquistare i posti in vetta.
“Ho una missione e se pensi che sia una benedizione, non lo è. Significa che ho il dovere di raggiungere un obiettivo molto preciso e questo dovere comporta sacrifici.”
Timothée Chalamet – Marty Supreme
Il mito del self-made man è però tanto fasullo quanto dannoso. Ci convince di poter essere chiunque, ci porta a vedere i miliardari come persone che hanno contato solo sulle loro forze e abilità, una fonte di ispirazione. La realtà però è un’altra. Il calciatore più bravo ha bisogno di un team che lo segua, il politico più convincente ha bisogno di persone che lo votino, l’industriale più capace non potrebbe mandare avanti le sue produzioni senza i suoi operai. Nessuno si fa da solo, l’essere umano è un animale sociale, la società è costruita dalle persone che la compongono e si relazionano tra di loro. Sta diventando evidente quanto la realizzazione personale debba coincidere con il benessere collettivo; in caso contrario, l’odio, le insicurezze e la paura diventano i sentimenti predominanti nella vita di ognuno. Non è un caso che il senso di oppressione e velocità che si prova guardando questo film suoni così familiare.
Quindi sognare in grande è sbagliato?
No, a patto di non scordarsi dei valori e dei significati che attribuiamo ai nostri desideri e progetti, come Marty ha fatto nel film. I sogni sono una delle cose più preziose che l’essere umano ha. Senza di essi e la convinzione di poter fare la differenza nel mondo, saremmo perduti. Abbiamo bisogno, in quanto esseri umani, di avere speranza: è la spinta che ci muove ogni giorno. È importante confidare nel futuro, senza però distogliere lo sguardo dal presente, dalle cose che ci rendono felici nel qui ed ora.
Josh Safdie e Timothée Chalamet hanno quindi messo su una bilancia i temi che più contraddistinguono la società contemporanea e i suoi effetti sull’essere umano. Il risultato è quello di una storia coinvolgente, dinamica, raccontata con tecniche e scelte specifiche che rendono questo film straordinario. Come ha dichiarato il regista nell’intervista a Silvia Nittoli: questa pellicola, più che come messaggio, deve rimanere come sensazione. Ed è proprio questa che, guardando scorrere i titoli di coda nella sala cinematografica, ci porta a pensare “ho appena visto un capolavoro”.
