“Non ho davvero bisogno di essere ricordato. Spero che la musica venga ricordata”
Jeff Buckley
Ascoltare un brano di Jeff Buckley vuol dire accettare di entrare a contatto con la sua anima. La musica per lui non era solo un mezzo di espressione ma linfa vitale. Ogni canzone travolge come una marea e, proprio come quando finisce una tempesta, ci ritroviamo su una spiaggia calma e deserta, a chiederci come decifrare le emozioni che stiamo provando. Riusciva (e riesce ancora) ad unire la sua meravigliosa voce e la sua energia per dar vita a una musica struggente e allo stesso tempo delicata, intensa e allo stesso tempo capace di trasmettere le sue fragilità.
Il documentario Jeff Buckley. It’s never over (Amy J. Berg, 2026) è un racconto introspettivo e profondo degli aspetti più intimi dell’artista. È la storia della sua vita, tormentata dall’assenza del padre e dal trauma della sua morte, dall’incapacità di comunicare ai suoi affetti ciò che realmente stava affrontando. Attraverso i racconti, colmi di dolore e nostalgia, di chi lo conosceva e amava, si sviluppa il ritratto di un ragazzo sensibile e del suo legame indelebile con la musica.
Sono proprio le relazioni a dare vita a questo film. Sono i sorrisi e il volto commosso della madre a raccontare la sua infanzia: lei stessa afferma di non essere più riuscita ad ascoltare la sua voce dopo quel tragico giorno. Le donne che lo hanno amato ricordano il rapporto conflittuale con la casa discografica, la sua voglia di libertà e d’indipendenza. Gli amici e gli artisti che lavoravano con lui parlano di una carica, una forza vitale che lo ha sempre contraddistinto.
Come al concerto di Jimmy Page e Robert Plant, quando salì sulle impalcature e si poteva vedere il suo corpo vibrare al ritmo della musica. Questa viveva in Jeff Buckley, era un’energia che pervadeva in ogni aspetto della sua esistenza. Da Nina Simone a Nusrat Fateh Ali Khan, la sua curiosità si spingeva ben oltre gli artisti più popolari e comuni. Non gli importava di non capire la lingua di Ali Khan, non era rilevante che lui non sapesse una parola di inglese, il loro incontro fu lo stesso magico, avvenne tramite una melodia universale che ognuno di noi ha dentro.
“Amore, rabbia, depressione, gioia, sogni e Led Zeppelin”
Jeff Buckley
Erano questi gli elementi che lo spingevano a comporre. Lo racconta lui stesso nei frammenti delle interviste inserite nel documentario: un fil rouge malinconico fatto dalle sue parole dolci-amare. I suoi sogni ispiravano la maggior parte dei suoi testi, mentre le passioni e le emozioni entravano nella sua arte come un soffio vitale capace di aggrapparsi a tutti coloro che lo ascoltano e apprezzano. I Led Zeppelin erano una musa per lui. Nell’immergersi in quel fiume, il giorno in cui la sua vita si spezzò, cantava la loro canzone Whole Lotta Love.
Impossibile non commuoversi sentendo l’ultima telefonata che fece alla madre, prima di morire chiamò ogni persona che amava. Questo è solo uno dei molti segnali che Jeff mandava, ma bisogna ricordare che essi non sono stati ignorati: non c’erano gli strumenti per capire cosa stesse per succedere. Parlare di salute mentale, informare sul disagio e sulle forme che esso può assumere è fondamentale, oggi più che mai.
Sono ancora troppe le vite che finiscono per la paura di esprimere un malessere e soprattutto di chiedere aiuto. Non meno importante è essere disposti a tendere la mano a chi soffre, a non avere paura della malattia: se non ho paura non ti respingo e tu non respingi dentro di te le stesse e altrettante paure. Perché nei momenti più bui sembra che non ci sia una via d’uscita e che il tunnel non finisca mai, ma non è così. Sono le stesse parole di Joan Wasser, a quel tempo fidanzata di Jeff, a ricordarcelo:
“Tutte quelle cose che ci sembravano così urgenti e spaventose, sono svanite.
Mi sarebbe piaciuto vederlo mentre svanivano anche per lui.”
Joan Wasser
