Da qualche tempo ci chiediamo se vi siano delle motivazioni di carattere generale che spieghino perché si sta configurando una vera e propria emergenza salute mentale tra i giovani. Le ricerche che a livello internazionale confermano che la salute mentale non sia una questione individuale ma che rimandi a contraddizioni e criticità quasi universali sono sempre più numerose. Una ricerca della Gallup ci fornisce qualche elemento rispetto alla questione del lavoro.
Giovani e lavoro: un connubio particolare, quasi antitetico. C’è chi li definisce “sfaticati e pigri” perché è sempre più alta la percentuale di coloro che non lavorano e non studiano, i cosiddetti NEET (“Not in Education, Employment, or Training”). Molti, invece, sono persone che non riescono a trovare un impiego, nonostante la buona volontà e il tempo impiegato nello studio.
Ma andiamo con ordine.
L’edizione di quest’anno della ricerca Gallup State of the Global Workplace ha evidenziato un netto cambiamento di intenzioni negli obiettivi lavorativi di Millennials, i nati tra il 1981 e il 1996, e la Generazione Z, quelli nati negli anni tra il 1997 e il 2012. Queste due generazioni di ragazzi desiderano, a quanto pare, un rilevante equilibrio tra il tempo libero e quello dedicato al proprio impiego, così da impegnarsi per raggiungerlo.
Nel 72% dei casi, infatti, ai giovani non basta più il famoso “posto fisso” tanto decantato dalle generazioni precedenti: ci vuole, soprattutto, un luogo dove esprimersi e generare dei risultati di un certo livello.
I lavoratori più giovani (under 35) tendono, sempre secondo questo studio, a sperimentare stress, tristezza, rabbia e solitudine.
L’ambito lavorativo, in sintesi, non si pone come “la parte centrale” della propria esistenza ma, piuttosto, come una delle tante sezioni di cui quest’ultima si compone. Tutto ciò che non garantisce benessere reale, coerenza con i propri valori e stabilità economica, è escluso a prescindere dal ventaglio delle proprie scelte.
Se anche soltanto uno dei tre elementi sopracitati è mancante, allora, aumentano concetti vissuti come il turnover (cambio di personale in azienda), lo stress e il non sentirsi parte dell’ambiente in cui si lavora.
In un’altra ricerca, il Deloitte Global 2025 Gen Z e Millennial Survey, sono tre i fattori in equilibrio che permettono la felicità e la stabilità lavorativa: sicurezza finanziaria, costo della vita e work with meaning, ovvero con un senso e significato. Per quanto riguarda il confronto con il 2024 e il primo fattore studiato, si può notare come il 48% della Gen Z e il 46% dei Millennials non si sentano al sicuro sotto il punto di vista economico. Anche il costo della vita ha un effetto rilevante, perché 1 persona su 3 riesce con difficoltà a coprire le spese mensili e circa metà della percentuale totale vive di pagamento mensile in pagamento mensile. Per il terzo e ultimo fattore, quello riguardante l’equilibrio lavoro/tempo libero, la quasi totalità di entrambe le generazioni ritiene importante che il proprio impiego abbia un significato, nonostante un lavoratore su 4 non rispecchi questo suo equilibrio tra valori personali e mansione.
Nello studio del Randstad Workmonitor 2025, è chiaro come la percentuale delle persone giovani disposte a cambiare lavoro in caso di difficoltà o disagio sia aumentata in maniera importante, dal 27% al 57%.
I concetti di flessibilità e il costruire rapporti stabili e duraturi con i propri colleghi è alla base degli obiettivi della Generazione Z, insieme a quello del poter decidere in maniera personale quando iniziare e quando terminare la propria giornata lavorativa.
La Gen Z si aspetta, inoltre, che il datore di lavoro sia collaborativo e in grado di creare attorno a sé un ambiente sano, con doti come l’intelligenza emotiva, il saper motivare e ispirare, oltre all’empatia e all’attenzione verso le esigenze altrui.
Un altro fattore importante da considerare, stavolta in negativo, è che in Italia solo un lavoratore su 10 si considera pienamente soddisfatto dell’azienda in cui lavora e della mansione che ricopre; altro dato a sfavore è che il tasso di emigrazione dei neolaureati è più che raddoppiato.
Alla fine dei conti, comunque, le nuove generazioni hanno ben chiaro ciò che vogliono e cosa rifiutano in ambito lavorativo; resta la difficoltà di riuscire a trovare o costruire una prospettiva lavorativa. Un problema che riguarda anche più specificamente i giovani con problemi di salute mentale e che anzi può incidere negativamente sulla stessa, mortificando la possibilità di immaginare il proprio futuro.
