Povertà e salute mentale, un connubio da sempre presente, al centro del rapporto Caritas 2025

Povertà e salute mentale, un connubio da sempre presente, al centro del rapporto Caritas 2025

“La salute mentale è un bene comune, conquiste a rischio”

(Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI)

 

Il rapporto tra salute mentale e povertà è il punto focale del Rapporto statistico della Caritas Italiana, elaborato assieme alla Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia. Nel rapporto difatti, si evidenzia un peggioramento strutturale dell’ambito sanitario psichico, in particolare per le categorie societarie considerate più “deboli” come donne, migranti e giovani generazioni.

C’è da sottolineare, però, come non tutto sia perduto e in negativo: ci sono, infatti, delle possibilità, degli stimoli di miglioramento e di cambiamento che si possono mettere in atto. Tra questi vi sono il potenziamento dell’integrazione sociosanitaria e l’affermazione di diritti, della partecipazione e dei progetti di vita personalizzati.

Cerchiamo in questo articolo di ricostruire un quadro descrittivo storicizzato.

L’Italia come esempio di cambiamento nella cura delle persone con disagio mentale

A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, in Italia si è attuata una politica di deistituzionalizzazione: questo termine, basato sull’articolo 3 della nostra Costituzione, si concentra su un approccio bio-psico-sociale sulla persona stessa e rivolto più alla sua interezza, al contrario del concetto di cura del malato della psichiatria precedente. Quest’ultima era basata su quattro paradigmi: pericolosità, inguaribilità, incomprensibilità e improduttività.

Il nostro Paese è stato il primo al mondo ad eliminare gli ospedali psichiatrici a partire dalla legge 180/1978, comunemente conosciuta come Legge Basaglia. Nel 2017, poi, si arriva alla chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) che vengono sostituiti dalle REMS, le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza.

Ma com’è strutturata oggi la rete dei servizi di salute mentale in Italia? Essa si articola in varie unità operative coordinate dai Dipartimenti di Salute Mentale (DSM), composte dai CSM territoriali (Centri di Salute Mentale), dagli SPDC (Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura) presenti negli ospedali e dalle strutture residenziali e territoriali.

La situazione attuale nel nostro Paese, al momento, non è però delle migliori. Si sta assistendo a un peggioramento generale delle strutture inerenti la salute mentale, tanto che solo il 2,9% del finanziamento sanitario è utilizzato per quest’ambito (dati del 2023): una quota significativamente inferiore a quella media registrata per gli altri paesi europei. Non è però tutto da condannare: l’impegno riversato dagli operatori e operatrici di questo settore per combattere lo stigma e l’esclusione, insieme ad esperienze di inserimento lavorativo, aiuta a vedere un barlume di speranza in questa situazione che altrimenti si prospetterebbe solo in negativo.

La situazione in Italia per quanto riguarda il disagio psichico

A livello mondiale si è assistito a un aumento della consapevolezza riguardante il disagio psichico nell’ultimo decennio. Le categorie sociali più colpite sono soprattutto giovani e donne, nell’ambito del disagio emotivo e crescita di sintomi ansiosi e depressivi, in seguito anche alla pandemia da Covid-19.

In Italia l’attenzione verso il disagio psichico non deve essere marginale ma resa con attenzione, questo ci dicono i dati presi dalle ricerche epidemiologiche della SIEP, la Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica. Nell’arco della vita vi è una percentuale che va dal 18,6% al 28,5% di manifestazione di almeno un disturbo inerente la sfera psichiatrica e psicologica; le ricerche, inoltre, confermano come nell’ultimo anno la percentuale si sposti tra il 7,3% e il 15,6% di presenza di difficoltà mentali. Il 10-17% della popolazione ha sofferto di depressione maggiore nel corso della propria esistenza, mentre una percentuale simile (11-17%) si attesta per i disturbi d’ansia e 3-6 casi ogni 1000 abitanti è la variante per la manifestazione dei disturbi psicotici, come la schizofrenia. Vi è anche la cosiddetta “questione di genere” in quanto, purtroppo, le donne sono le più colpite da questo genere di disturbi rispetto alla controparte maschile.

Le indagini che sono state condotte da vari enti tra cui ISTAT, OMS e OCSE, oltre all’Istituto Superiore di Sanità, confermano queste variazioni in percentuale, consentendo di avere un quadro più completo del benessere psicologico italiano. Nel periodo 2016-2024 l’indice di benessere mentale misurato dall’ISTAT è 68,4 su una scala da 1 a 100: un valore nel complesso stabile e buono, con le fasce di età 14-19 anni e 25-34 anni che registrano un miglioramento.

E per quanto riguarda gli accessi in pronto soccorso? Si è notato come questi ultimi siano scesi notevolmente nel 2020 (peraltro: l’anno del COVID), con un calo in percentuale del 40%, ma siano risaliti nel 2023 senza però tornare al periodo pre-pandemia. Le generazioni più giovani si pongono come quelle più colpite dal disagio psichico in crescita, con un dato abbastanza allarmante riguardante il periodo 2015-2022 e quello in particolare dei suicidi commessi, con un picco nell’anno 2021 (+80 decessi).

Il connubio preoccupante e presente tra povertà, disagio psichico e disuguaglianza sociale

La disuguaglianza sociale, il disagio psichico e il concetto di povertà sono tutti e tre ambiti di marginalizzazione storica, che hanno influenzato e toccano l’ambito politico e morale. La discriminazione e la marginalizzazione, inoltre, aumentano in maniera esponenziale la sensibilità della difficoltà mentale.

Secondo la metodologia ACEs, Adverse Childhood Experiences, ci sono dei fattori politici e sociali che implicano lo status di povertà fin dall’ambito infantile: abusi, trascuratezza, condizioni abitative non ottimali e disuguaglianze economiche aiutano in negativo lo sviluppo di disturbi psichici.

Studi come il Whitehall Study (1967-77) di Marmot e quelli di Wilkinson e Pickett sottolineano inoltre come il rapporto tra povertà e difficoltà mentale sia in qualunque modo bidirezionale. Chi soffre di condizioni sociali precarie tende ad ammalarsi di più, ha un’esistenza più breve e fatta di minor benessere.

Per comprendere il tutto è necessario un approccio intersezionale e strutturale che consideri cura individuale, politiche sociali e trasformazioni del sistema anche sanitario per ridurre le disuguaglianze e migliorare le condizioni di salute mentale.

Le considerazioni della Caritas italiana per quanto riguarda povertà e salute mentale

Non è sempre semplice cogliere il disagio psichico nelle persone che chiedono aiuto e anche in chi non lo chiede. Secondo i dati della Caritas del 2024, solo il 4,4% delle 277.775 famiglie accolte ha manifestato un disturbo mentale: si è certi, però, che la percentuale non rispecchi la realtà dei fatti, in virtù del concetto espresso a inizio paragrafo. Tra le problematiche riscontrate vi sono quelle psicologico-relazionali (38,5%) e quelle depressive (28,9%), seguite da quelle psichiatriche (26,8%). Si parla inoltre di povertà cumulata, perché chi è in forma di disagio sociale e mentale ha intaccati almeno tre ambiti di bisogno rispetto ad altri individui che soffrono in altri contesti.

Il 40% delle persone sofferenti di difficoltà mentali sviluppano una cronicità tale da essere seguiti dalla Caritas per almeno cinque anni o più. Gli operatori dell’ente hanno notato come l’esistenza di queste persone sia percepita dalle stesse come precaria e molto negativa, oltre che stigmatizzata ed escludente fino alla negazione dei diritti fondamentali.

Come è già stato detto, povertà e manifestazione di problematiche mentali sono unite, ma quasi mai si riesce a distinguere cosa sia venuto prima e cosa poi: questo in virtù anche dell’aver vissuto eventi traumatici come lutti e fallimenti lavorativi/scolastici, oltre a migrazioni impattanti. Tra i profili più presenti vi sono persone working poor (che guadagnano poco), con dipendenze da droga/alcool e di gioco d’azzardo, oltre a famiglie con figli seguiti dalla neuropsichiatria infantile e individui con età superiore ai 55 anni che hanno perso i genitori e non sanno come orientarsi nella quotidianità in seguito.

Le persone migranti rappresentano una percentuale altissima di chi si rivolge ai servizi della Caritas: sono persone che, vivendo una frattura tra la propria cultura di origine e quella di arrivo, rischiano anche di ricevere diagnosi non consone in virtù della povertà di presenza di servizi di mediazione culturale nei servizi.

Le difficoltà però non riguardano soltanto le singole persone ma anche i servizi di salute mentale: ad esempio si osservano Centri di Salute Mentale sottodimensionati e che, quindi, non consentono l’accesso ai servizi se non in virtù di liste di attesa molto lunghe, col rischio di una cronicizzazione del disturbo.

La Caritas, in tutto ciò, svolge la funzione di ponte tra persone e istituzioni consentendo, ad esempio, di eliminare in parte il rischio di risultare invisibili in situazioni di difficoltà, cogliendo anche situazioni che rischiano di essere notate poco in virtù del loro quadro di complessità o dell’impossibilità di rivolgersi ai servizi stessi in autonomia.

Instagram è la nuova vetrina della propria situazione psicologica in versione social

I social, ormai, fanno parte della nostra esistenza quotidiana: c’è chi li idolatra per la loro utilità in alcuni ambiti, come la possibilità di fare divulgazione e di comunicare anche con persone lontane, chi invece li critica per altrettanti motivi, come i rischi per i giovani e giovanissimi che utilizzano queste piattaforme più di altre generazioni.

Instagram, in particolare, si sta facendo notare come social vetrina per la divulgazione di consapevolezza, corretta o meno, riguardo la salute mentale. Si passa velocemente da un’esperienza individuale vissuta a un’identità collettiva e narrativa, oltre che condivisa anche con chi non si conosce ma può comprendere il proprio vissuto. Attraverso lo studio di molteplici migliaia di post e commenti sotto di essi, si sono notate delle componenti fondamentali della comunicazione sanitaria mentale. In primis, la comunicazione divulgativa non è soltanto appannaggio delle parti politiche e sanitarie ufficiali, ma anche di chi ha vissuto in primis una qualche forma di disagio psichico. I profili più attivi sono questi ultimi ma anche quelli di medici (un esempio è il profilo di Minerva Salute, il primario di un pronto soccorso del centro città romano), organizzazioni sanitarie e subito dopo dei creator, specialmente su Instagram.

Anche l’utilizzo delle parole giuste attrae e spinge a condividere i contenuti sui social. Un esempio riguarda l’utilizzo delle varie terminologie di disturbi psichici, come borderline e schizofrenia ad esempio, dove si rischia però di dare sia informazioni sbagliate che corrette, a seconda delle fonti interpellate. C’è quindi la necessità di fare attenzione al modo in cui si espongono i concetti e alle fonti utilizzate per lo scopo.

Instagram, in tutto ciò, ha aiutato a rendere la salute mentale una lente attraverso cui interpretare la quotidianità ma in maniera gerarchica: alcune esperienze vengono esasperate, altre non calcolate e viste. Il parlare di salute mentale, inoltre, ha una visione politica; non è soltanto il disagio psichico in sé il problema ma la condizione politica e sociale in cui esso viene vissuto.

Povertà e salute mentale in ambito politico e legislativo: com’è la situazione attuale?

Dalla legge 833/1978 fino a quella 328/2000 e oltre, con l’istituzione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e dei Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali (LEPS), di passi avanti ne sono stati fatti. L’integrazione tra piano sanitario e sociale alla base di queste leggi è ancora fortemente disomogenea e non applicata a dovere, a causa di frammentazione organizzativa, carenze professionali ed economiche, oltre che dall’assenza di standard nazionali vincolanti.

Il PNRR e il PANSM 2025-2030 hanno buone intenzioni ma forti limitazioni, come una forte delega alle Regioni, indicazioni operative generiche e carenza di risorse aggiuntive dedicate, nonostante il focus sul tema dell’integrazione. Riguardo questo tema, a livello organizzativo si lavora su vari concetti:

  1. Gli Ambiti Territoriali Sociali (ATS) come base per il territorio locale per i servizi sociali, con collegamento al Sistema Sanitario Nazionale;
  2. I Dipartimenti di Salute Mentale (DSM), centro dell’assistenza psichiatrica territoriale, che uniscono dimensione clinica e sociale;
  3. Le Case della Comunità e i Punti Unici di Accesso (PUA), intesi come mezzi per rendere più agevole l’accesso, l’orientamento e la presa in carico delle persone che hanno bisogno di cure;
  4. Le Unità di Valutazione Multidimensionale (UVM), fulcro per la definizione di progetti personalizzati per chi è in difficoltà.

L’autonomia abitativa, lavorativa e relazionale è resa possibile dal cosiddetto budget di salute, in virtù dell’integrazione delle risorse sanitarie e progetti personalizzati. La continuità assistenziale è garantita, oltre che da queste possibilità, anche dalle piattaforme digitali dove possono interagire professionisti e utenti anche per il monitoraggio della presa in carico. Purtroppo però questi progetti sono intesi ancora come sperimentazioni a livello locale, non nazionale.

La frammentazione dei servizi regionali si accompagna a un utilizzo inferiore al 4% del budget economico per l’ambito sanitario mentale (fonte: PANSM), non prevedendo nemmeno finanziamenti aggiuntivi nel quinquennio considerato dal PANSM.

Le urgenze che sono impellenti a livello di esigenze sono principalmente quattro. La prima è il rafforzamento della struttura regionale e nazionale, oltre che la cooperazione interistituzionale; è necessario poi aumentare il numero delle possibilità economiche e professionali; vanno definiti standard nazionali vincolanti e modalità di monitoraggio basate sugli esiti degli interventi; infine va incentivata la partecipazione attiva della comunità e dei singoli individui.

Il fulcro di tutti questi potenziali interventi è una visione di lungo respiro e che superi le modalità di agito frammentate dei singoli territori regionali, fino ad avere un intervento nazionale e non esclusivamente locale. Prevenendo la perdita di comunità e in ambito economico oltre che sanitario, si potrebbero affrontare insieme sia povertà che disagio psichico, in una visione di giustizia sociale.

 

Il Rapporto della Caritas è stato l’innesco che ha permesso di avere una visione complessiva della salute mentale in Italia: e il risultato è che vi è ancora molto lavoro da fare per ottenere una visione unitaria per i servizi sanitari e sociali per chi soffre.