Prescrizione sociale: le origini e le attività preposte
La prescrizione sociale nasce come approccio di cura negli anni Novanta del Novecento, in particolare in paesi anglosassoni del Nord Europa ma anche Nuova Zelanda, Canada e Australia. Permette agli specialisti (medico di medicina generale, pediatri, professionisti della salute mentale ma anche altri operatori come gli assistenti sociali) di condurre i pazienti e gli utenti verso attività culturali proprie del territorio locale, oltre che di appartenenza e movimento. Attività non propriamente della medicina intesa in senso classico, insomma: non si prescrivono farmaci o azioni di terapia clinica ma passeggiate, visite a musei, attività artistiche, tenendo conto delle opportunità presenti nel territorio.
Il riconoscimento del modello da parte dell’OMS, nel 2022, non solo definisce linee guida operative sul come si fa, ma propone di sottoporre i diversi percorsi a valutazioni di esito. In questo senso la proposta è di raccogliere le prove dell’efficacia della prescrizione sociale attraverso esperienze condotte in diverse zone del mondo. Ci si ispira quindi alla metodologia dell’Evidence Based Medicine, che richiede da parte del prescrittore la consapevolezza della utilità di quanto viene proposto al paziente.
Prescrizione sociale: il lavoro della Fondazione Compagnia di San Paolo
Una delle prime analisi sull’applicazione della prescrizione sociale in Italia è quella descritta nell’indagine “La prescrizione sociale di arte e cultura in Italia” realizzata dalla Fondazione Compagnia di San Paolo in collaborazione con il CCW (Cultural Welfare Center) e presentata nel maggio 2026 durante un webinar.
Al momento, in Italia, siamo agli albori della sperimentazione della prescrizione sociale, con forti disomogeneità territoriali, molte buone intenzioni e qualche buona pratica.
L’indagine in particolare ha investigato l’attività di 918 organizzazioni che utilizzano arte e cultura per la salute e il benessere: nell’elenco vi sono per esempio le cooperative sociali, gli enti sanitari e le associazioni, oltre che singoli professionisti: il 32% dei prescrittori sono Psicologi e l’8% Medici di Medicina Generale.
I risultati dell’indagine, casistiche su cui riflettere
Quanto ai risultati, ben il 97% di chi inizia un percorso di prescrizione culturale lo termina; per quanto riguarda la salute mentale e quella fisica, la prima si propone come obiettivo principale: è il 75% delle organizzazioni sopracitate a porre la salute mentale come focus principale. L’azione per il benessere mentale si traduce in un miglioramento delle capacità sociali, con un 68% di successo relativamente all’inclusione sociale.
Anche se, abbiamo detto, i percorsi tendono ad arrivare a conclusione, in molti casi però il rischio è quello della loro episodicità nell’arco vitale dei pazienti. Nel 53% dei casi esaminati le attività prescritte non hanno una prosecuzione, rappresentando un punto critico del sistema della prescrizione sociale.
Il lavoro svolto, però, non si pone soltanto sulla dimensione locale ma gioca molto sul “fare rete” (networking). Per il 41% si parla di networking a livello nazionale; nel 23% si sta tra il livello nazionale e quello internazionale e l’1% riguarda il solo livello internazionale; mentre il 35% non ha nessun collegamento con altre associazioni di prescrizione sociale. A livello regionale italiano, l’83% lavora solo nella propria Regione e questo può essere letto come n punto di forza perché il concetto fondamentale è la prossimità e la valorizzazione delle risorse delle comunità locali.
Le Unità di Prescrizione Sociale e quelle di Welfare Culturale
Tornando alle 918 organizzazioni che hanno risposto alla survey, si osservano due gruppi divisi per approccio ma non sull’obiettivo, che rimane lo stesso. Le Unità di Prescrizione Sociale (67% del totale) sono per il 67% organizzazioni o professionisti impegnati in attività di cura: il 31% sono medici e il 34% sono psicologi. Le Unità di Welfare Culturale (33%) sono organizzazioni attive nel campo della cultura in senso ampio (es. musei) e si occupano da più tempo del raggiungimento di obiettivi sociali quali inclusione (13%) e solidarietà (14%).
Particolare attenzione viene data al costo delle attività e alla rimozione di impedimenti fisici per chi partecipa. Il 71% delle organizzazioni dichiara di proporre attività gratuite o a basso costo; il 60% offre possibilità adatte alla persona e alle sue esigenze; per quanto riguarda le barriere architettoniche e sensoriali, il 45% del campione considerato le ha rimosse. Quasi il 70% delle organizzazioni et similia considerate lavora in co-progettazione con enti e associazioni locali.
La prescrizione sociale, soprattutto, non viene intesa come stigmatizzante e, per molte persone, rimane una scelta preferibile rispetto alla presa in carico dai servizi sanitari.
I benefici su chi lavora con gli utenti e sugli utenti stessi
Quattro sono gli effetti benefici sugli operatori che gestiscono le attività culturali: a livello di relazione si hanno una maggiore condivisione delle esperienze (61%) e un aumento dell’empatia percepita (56%), mentre a livello di benessere si hanno una relazione migliorata con l’utente assistito (59%) e la riduzione dei livelli di ansia e stress (48%).
E per chi partecipa alle attività? Le percentuali variano ma sono prevalentemente positive. Nel 45% dei casi c’è un risvolto duraturo su salute e benessere e nel 49% c’è un impatto positivo ma moderato, con necessità di ulteriori interventi; solo il 7% ha effetti sulla quotidianità a breve termine e il 6% solo sul piano del piacere, limitato allo svolgimento delle attività stesse.
Nonostante la non omogenea presenza su tutto il territorio nazionale, l’esperienza della prescrizione sociale viene ampiamente riconosciuta e considerata come utile.
La figura centrale del Link Worker per l’inclusione
Come detto precedentemente, la figura del Link Worker è fondamentale per l’inclusione delle persone beneficiarie dei servizi e per il follow up successivo (86%).
Il modello utilizzato dalle organizzazioni di prescrizione sociale è caratterizzato dal fatto che nel 46% delle stesse non siano presenti figure socio sanitarie. La professionalità sanitaria non è necessariamente interna in quanto il lavoro è territoriale e di équipe: ad esempio, col museo può collaborare la figura dello psicoterapeuta, senza essere al suo interno.
Le fasi del progetto di prescrizione sociale e la tipologia di attività
Quali sono le fasi del progetto di prescrizione sociale? Le linee guida ne individuano quattro.
Nella prima l’utente viene inviato al servizio dal medico di medicina generale o dall’assistente sociale o da un’altra figura socio-sanitaria; nella seconda fase c’è l’accoglienza e la co-progettazione, dove vi è un accordo tra le attività disponibili presso le Unità di Welfare Culturale e quelle che la persona vuole svolgere. Nella terza vi è la cosiddetta “azione culturale”, ossia lo svolgimento delle attività artistiche propriamente intese e nella quarta, quella del follow up, si valuta l’impatto delle stesse nella vita della persona che ha partecipato alle attività.
Le attività possono essere sportive, artistiche, partecipazione a gruppi di mutuo aiuto e supporto lavorativo e/o familiare. Previsti ma meno utilizzati nell’ambito della prescrizione sociale sono i servizi di sostegno nella gestione finanziaria, dell’abitazione ma anche nei percorsi di accesso o inserimento al lavoro.
In sintesi, si potrebbe dire che la prescrizione sociale può essere ma ancora non rappresenta un’alternativa alle cure mediche: ne è piuttosto un’estensione complementare che a volte favorisce anche il grado di adesione a percorsi terapeutici tradizionali ed anche una maggiore efficacia di questi ultimi.
Per approfondimenti:
Fondazione Compagnia di San Paolo
Report sulla prescrizione sociale dell’arte
Leggi anche
Che cos’è la prescrizione sociale? Il kit di strumenti proposti dal WHO nel 2022
