{"id":33234,"date":"2026-09-28T12:18:03","date_gmt":"2026-09-28T10:18:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.salutementale.net\/?p=33234"},"modified":"2026-09-30T10:38:43","modified_gmt":"2026-09-30T08:38:43","slug":"controllo-dei-dati-e-salute-mentale-i-pericoli-della-frammentazione-della-conoscenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.salutementale.net\/?p=33234","title":{"rendered":"Controllo dei dati e salute mentale: i pericoli della frammentazione della conoscenza"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">Marcio Pochmann, economista brasiliano, presidente dell&#8217;IBGE e professore all&#8217;Unicamp, ha scritto due saggi a un mese di distanza. A prima vista trattano temi diversi \u2014 la sovranit\u00e0 degli Stati il primo, la salute mentale delle persone il secondo \u2014 ma raccontano la stessa storia da due punti di osservazione.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">L\u2019osservazione di partenza \u00e8 che il potere nel nostro secolo non si gioca pi\u00f9 sul possesso di fabbriche o infrastrutture fisiche, ma sul <b>controllo dei flussi e dei dati<\/b>. Le grandi piattaforme non si limitano ad archiviare informazioni: sanno dove siamo, cosa consumiamo, quali sono i nostri legami sociali, le nostre inclinazioni politiche e, in qualche misura, cosa faremo domani. Non amministrano solo dati, scrive Pochmann, amministrano probabilit\u00e0. Un paese che non controlla i propri dati difficilmente controller\u00e0 il proprio destino.<\/span><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">\u00c8 lo stesso spostamento di sguardo che Pochmann applica, nel secondo saggio, alla sofferenza psichica individuale: <\/span><\/strong><strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black; font-weight: normal;\">ed \u00e8 qui che il ragionamento si fa pi\u00f9 incisivo<\/span><\/strong><strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">. <\/span><\/strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">Da quando la modernit\u00e0 ha sostituito la cornice religiosa che un tempo dava senso al dolore umano \u2014 prova, destino, penitenza \u2014 quella sofferenza \u00e8 stata assorbita in un&#8217;altra cornice: quella della norma clinica, della produttivit\u00e0, dell&#8217;adattamento sociale. Ci\u00f2 che un tempo veniva letto come questione politica \u2014 un lavoro che manca, una vita sociale che si sfalda, una competizione lavorativa senza tregua \u2014 oggi si presenta quasi automaticamente come questione clinica. La disoccupazione si traduce in ansia. La precariet\u00e0 in depressione. L&#8217;isolamento sociale in disturbo comportamentale. La violenza strutturale della vita contemporanea non scompare: smette di comparire nelle statistiche sociali per ricomparire nelle cartelle cliniche.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">Attorno a questo spostamento si \u00e8 consolidata un&#8217;intera economia: l&#8217;espansione delle categorie diagnostiche allarga il mercato di chi ha bisogno di essere curato, nuove classificazioni generano nuovi farmaci e nuove nicchie di profitto e le piattaforme digitali \u2014 che non si limitano a osservare i comportamenti ma arrivano a intercettare le emozioni stesse \u2014 trasformano la salute mentale in tre cose insieme: oggetto clinico, risorsa economica, terreno di sorveglianza. Il risultato \u00e8 un equilibrio che Pochmann definisce perverso: persone sempre pi\u00f9 diagnosticate, medicate, monitorate, mentre le condizioni che generano la loro sofferenza restano dove erano: perch\u00e9 correggerle richiederebbe cambiare il sistema stesso, non solo curare chi ne porta il peso.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">Per il primo dei due problemi Pochmann indica una via d&#8217;uscita che non \u00e8 rifiuto della tecnologia ma sua redistribuzione: uno &#8220;Stato intelligente&#8221;, un&#8217;infrastruttura pubblica capace di integrare dati e strumenti predittivi per anticipare le crisi prima che si manifestino, invece di limitarsi a contarne le vittime dopo. Il punto critico non \u00e8 la tecnologia in s\u00e9, ma chi la controlla e a servizio di quale progetto di societ\u00e0.<\/span><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">Riflessioni simili le aveva gi\u00e0 fatte, quasi cinquant&#8217;anni fa, Giulio A. Maccacaro<\/span><\/strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">, medico e fondatore in Italia di Medicina Democratica: le malattie da usura, da ritmi di fabbrica, da alienazione del lavoro non erano per lui cause naturali, ma prodotte da un certo modo di organizzare la produzione. Oggi quella stessa logica, applicata non pi\u00f9 solo alla fabbrica ma all&#8217;intera infrastruttura digitale, non pi\u00f9 solo al lavoratore ma a popolazioni intere connesse ventiquattr&#8217;ore su ventiquattro, mostra lo stesso meccanismo su scala molto pi\u00f9 ampia. Il principio che Medicina Democratica rendeva operativo resta valido: distinguere una prevenzione che agisce sulle cause da una che si limita a intercettare il disagio quando \u00e8 gi\u00e0 manifesto \u2014 un semplice &#8220;placebo sociale&#8221; \u2014 mettendo l&#8217;onere della prova sulle condizioni patogene, non sulle vittime che le subiscono.<\/span><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">C&#8217;\u00e8 un livello ancora pi\u00f9 concreto in cui la stessa dinamica si osserva ogni giorno nella pratica clinica: il modo in cui diagnostichiamo un bambino.<\/span><\/strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\"> Michele Zappella lo aveva detto con una formula tagliente riferendosi all&#8217;intero spettro di disturbi del neurosviluppo che oggi riempiono gli ambulatori: <b>l&#8217;epidemia non \u00e8 del disturbo, \u00e8 della diagnosi<\/b>. Non \u00e8 una posizione negazionista \u2014 Zappella riconosceva che esistono differenze neurobiologiche reali \u2014 ma una critica al modo in cui, senza un processo valutativo rigoroso, l&#8217;etichetta diagnostica rischia di trasformarsi in un marchio di &#8220;<b>diversit\u00e0 irrecuperabile<\/b>&#8221; invece che nel primo passo verso una cura.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">\u00c8 lo stesso paradosso di Pochmann portato dentro la stanza di uno specialista: diagnosticare l&#8217;individuo isolandolo dal contesto scolastico, familiare, digitale in cui vive non \u00e8 un atto clinico neutro. Una classe sovraffollata, un&#8217;insegnante esausta, pomeriggi passati su schermi iperstimolanti producono sintomi reali, che finiscono per essere letti come disturbo individuale invece che come segnale di un sistema sotto pressione; senza per questo negare che esistano differenze neurobiologiche genuine.<\/span><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">A questo punto il collegamento diventa esplicito, ed \u00e8 pi\u00f9 profondo di una semplice analogia:<\/span><\/strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">\u00a0in tutti i casi descritti, il potere si esercita frammentando la conoscenza \u2014 di uno Stato, di una popolazione, di un singolo bambino \u2014 e si mantiene impedendo a chi subisce quella frammentazione di vedere l&#8217;insieme. Un sistema che cura gli effetti senza toccare le cause ha tutto l&#8217;interesse a non collegare i puntini.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">Forse, per dirla con le parole con cui Pochmann chiude il suo saggio sulla sofferenza, l&#8217;epidemia pi\u00f9 silenziosa del nostro secolo non \u00e8 solo quella dei disturbi psicologici. \u00c8 la naturalizzazione di un sistema che trasforma la sofferenza in merce, la diagnosi in identit\u00e0, la cura in opportunit\u00e0 di business, la connessione digitale in governo di popolazioni e territori \u2014 un sistema che ci abitua a vedere solo il frammento che ci riguarda, e mai l&#8217;insieme che lo spiega.<\/span><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">Quattro parole tengono insieme le contromisure:<\/span><\/strong><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">Sovranit\u00e0 informativa<\/span><\/strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">\u00a0\u2014 non rifiutare dati e algoritmi, ma impedire che restino patrimonio esclusivo di poche piattaforme private, costruendo un&#8217;infrastruttura pubblica capace di usarli per anticipare le crisi invece che per estrarne profitto.<\/span><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">Prevenzione primaria<\/span><\/strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">\u00a0\u2014 intervenire sulle condizioni strutturali che generano il disagio, non solo sui suoi effetti gi\u00e0 manifesti, con l&#8217;onere della prova sulle condizioni patogene, non sulle vittime. Vale per la clinica, ma vale allo stesso modo per una societ\u00e0 intera: crisi economiche, migratorie, geopolitiche non sono eventi isolati da gestire quando esplodono, ma l&#8217;esito di condizioni che si potevano affrontare prima.<\/span><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">Rigore valutativo<\/span><\/strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">\u00a0\u2014 nessuna diagnosi dovrebbe essere posta senza un processo che includa la storia della persona, il suo contesto, un&#8217;osservazione su pi\u00f9 piani. Vale per il singolo bambino in uno studio medico, ma anche per il modo in cui leggiamo un evento sociale o politico: un&#8217;etichetta rapida \u2014 &#8220;emergenza&#8221;, &#8220;crisi&#8221;, &#8220;minaccia&#8221; \u2014 chiude il caso tanto quanto una diagnosi affrettata chiude quello di un paziente.<\/span><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">Ampliamento del campo di osservazione<\/span><\/strong><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">\u00a0\u2014 il principio che le tiene insieme tutte: non giudicare mai un sintomo, individuale, sociale o geopolitico, isolandolo dal sistema di relazioni che lo produce. \u00c8 il pi\u00f9 semplice da enunciare e il pi\u00f9 difficile da applicare, perch\u00e9 richiede la volont\u00e0 di guardare oltre la spiegazione pi\u00f9 comoda: quella che individualizza la colpa invece di interrogare il contesto.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\">Esperienze che si muovono in questa direzione esistono gi\u00e0: ma restano isolate, sottofinanziate, lasciate a reggersi da sole invece di diventare base di una politica pubblica. Quando le istituzioni non se ne fanno carico, la paura non scompare: trova comunque una risposta, ma altrove \u2014 in chi promette scorciatoie, in chi vende sicurezza illusoria al prezzo della libert\u00e0. Forse \u00e8 questo il rischio pi\u00f9 concreto: non che la paura resti senza risposta, ma che la risposta arrivi da chi ne trae vantaggio, invece che da chi dovrebbe farsene carico.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: 'Calibri',sans-serif; color: black;\"><em><br \/>\nClaudio Rosini, Coordinatore Governo Clinico del DSM-DP ASL Roma2<\/em><br \/>\n<em>Responsabile del Centro Studi e Documentazione &#8221; Luigi Attenasio-Vieri Marzi&#8221;<\/em><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Marcio Pochmann, economista brasiliano, presidente dell&#8217;IBGE e professore all&#8217;Unicamp, ha scritto due saggi a un mese di distanza. 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