{"id":32932,"date":"2026-09-07T11:09:39","date_gmt":"2026-09-07T09:09:39","guid":{"rendered":"https:\/\/www.salutementale.net\/?p=32932"},"modified":"2026-09-07T12:12:02","modified_gmt":"2026-09-07T10:12:02","slug":"quando-il-cancello-si-chiude-lattesa-prima-di-un-incontro-la-confusione-prima-della-relazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.salutementale.net\/?p=32932","title":{"rendered":"Quando il cancello si chiude. L&#8217;attesa prima di un incontro, la confusione prima della relazione"},"content":{"rendered":"<p><strong>Quando il cancello si chiude<\/strong><\/p>\n<p>Il rumore del cancello arriva prima ancora che la mente riesca a comprendere davvero ci\u00f2 che sta accadendo.<\/p>\n<p>\u00c8 un suono netto, definitivo. Un suono che separa. Fino a un istante prima c\u2019era ancora un fuori: una strada, una casa, un telefono in tasca, una voce familiare, una quotidianit\u00e0 forse fragile, forse disordinata, ma ancora riconoscibile. Dopo quel rumore, invece, tutto cambia.<\/p>\n<p>Non importa da dove provenga quella persona. Pu\u00f2 arrivare dalla libert\u00e0, con una misura cautelare appena eseguita. Pu\u00f2 arrivare dopo una sentenza definitiva, quando fino al giorno prima continuava a vivere dentro una normalit\u00e0 che pensava ancora possibile. Pu\u00f2 arrivare da un altro istituto penitenziario, trasferita per ragioni di sicurezza, di sovraffollamento, di organizzazione.<\/p>\n<p><strong>Ogni storia \u00e8 diversa<\/strong>. Ogni persona porta con s\u00e9 un prima fatto di legami, ferite, responsabilit\u00e0, colpe, paure, speranze, rimpianti. Eppure esiste un momento che accomuna tutti: il primo passo oltre quella soglia.<\/p>\n<p>Da quel momento il tempo cambia consistenza. Non \u00e8 pi\u00f9 il tempo di chi sceglie. <strong>\u00c8 il tempo dell\u2019attesa<\/strong>.<\/p>\n<p>Attesa di essere identificato. Attesa che qualcuno pronunci il proprio nome. Attesa della visita del medico di guardia. Attesa del colloquio con gli operatori dei Nuovi Giunti. Attesa di sapere dove si dormir\u00e0. Attesa di capire cosa succeder\u00e0 della propria vita.<\/p>\n<p>Per chi entra, il carcere non \u00e8 ancora un luogo. \u00c8 prima di tutto una somma di sensazioni. Rumori. Porte che si aprono e si richiudono. Chiavi. Voci. Corridoi tutti uguali. Divise che ancora non hanno un significato preciso. Volti sconosciuti. Indicazioni rapide. Parole nuove. Regole implicite.<\/p>\n<p>Non si sa chi sia un appartenente alla Polizia Penitenziaria, chi un infermiere, chi un medico, chi uno psicologo. Tutto appare indistinto. Tutto sembra appartenere alla stessa istituzione. E quando tutto \u00e8 indistinto, anche l\u2019aiuto rischia di essere percepito come parte del controllo.<\/p>\n<p>La mente, in quel momento, non osserva. La mente tenta di sopravvivere.<\/p>\n<p>Il primo passaggio \u00e8 la matricola. Domande. Generalit\u00e0. Fotografie. Impronte. Poi il casellario.<\/p>\n<p>\u00abLasci qui quello che ha.\u00bb<\/p>\n<p>Il telefono.<\/p>\n<p>Le chiavi.<\/p>\n<p>Il portafoglio.<\/p>\n<p>L\u2019orologio.<\/p>\n<p>Una fotografia.<\/p>\n<p>Un anello.<\/p>\n<p>Oggetti che fino a pochi minuti prima custodivano una continuit\u00e0 con la propria vita e che ora vengono riposti dentro una busta.<\/p>\n<p>Quel che si pu\u00f2 portare con s\u00e9 entrer\u00e0 in sacchi neri.<\/p>\n<p>Per chi osserva dall\u2019esterno pu\u00f2 sembrare una procedura amministrativa. Per chi la vive \u00e8 la<strong> rappresentazione concreta di una separazione<\/strong>.<\/p>\n<p>\u00c8 l\u00ec che la vita di prima diventa improvvisamente lontana. Non cancellata, ma sospesa. Come se ogni oggetto consegnato trattenesse un pezzo di identit\u00e0: il ruolo di padre, di figlio, di compagno, di lavoratore, di persona ancora immersa in relazioni e abitudini.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio in quel momento che si comprende quanto sia fragile la nostra idea di normalit\u00e0. Nessuno pensa, entrando in carcere, che sarebbe stato importante avere scritto su un piccolo foglio il numero della persona da chiamare. Una madre. Un figlio. Una compagna. Un fratello.<\/p>\n<p>Il telefono resta nel casellario. La memoria, travolta dallo shock, spesso si svuota. Quel numero, ripetuto per anni quasi automaticamente, improvvisamente non esiste pi\u00f9. E una semplice telefonata, capace di mantenere vivo il legame con il mondo esterno, pu\u00f2 trasformarsi in giorni di attesa, richieste, procedure, ulteriore senso di solitudine.<\/p>\n<p>Poi ricomincia l\u2019attesa.<\/p>\n<p>Seduti.<\/p>\n<p>In piedi.<\/p>\n<p>Su una panca.<\/p>\n<p>Senza sapere quanto durer\u00e0.<\/p>\n<p><strong>L\u2019incertezza \u00e8 una delle condizioni psicologiche pi\u00f9 difficili da tollerare<\/strong>. La mente cerca continuamente di prevedere ci\u00f2 che accadr\u00e0, ma qui non possiede alcuna mappa. Ogni rumore pu\u00f2 sembrare una minaccia. Ogni cancello che si apre potrebbe riguardare qualcun altro. Ogni nome pronunciato potrebbe non essere il proprio.<\/p>\n<p>Dentro, nel frattempo, succede altro.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 chi ripensa ai figli. Chi rivede il volto della madre. Chi continua a ripetersi che tutto questo non pu\u00f2 essere vero. Chi prova vergogna, chi rabbia. Chi sente soltanto un vuoto enorme. Chi, semplicemente, smette di sentire.<\/p>\n<p>Il corpo entra in allarme.<\/p>\n<p>Il cuore accelera.<\/p>\n<p>Il respiro cambia.<\/p>\n<p>I pensieri diventano rapidi, confusi, ripetitivi.<\/p>\n<p>Alcuni parlano senza fermarsi. Altri non riescono pi\u00f9 a pronunciare una parola.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 chi appare perfettamente tranquillo e dentro sta crollando.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 chi urla e, in realt\u00e0, sta solo cercando un modo per non disgregarsi.<\/p>\n<p>Quando finalmente la persona viene accompagnata verso il reparto, percorre corridoi che non significano ancora nulla.<\/p>\n<p>Cancelli.<\/p>\n<p>Scale.<\/p>\n<p>Porte blindate.<\/p>\n<p>Chiavi.<\/p>\n<p>Voci.<\/p>\n<p>L\u2019istituto possiede una geografia precisa, ma chi entra non la conosce. Ogni volto \u00e8 sconosciuto. Ogni regola \u00e8 implicita. Ogni gesto rischia di essere interpretato male. Anche chiedere qualcosa pu\u00f2 diventare difficile, perch\u00e9 non si sa a chi rivolgersi, come farlo, con quali parole, con quale timore di essere giudicati o fraintesi.<\/p>\n<p>In condizioni di sovraffollamento potrebbe non trovare neppure una stanza detentiva immediatamente disponibile. Potrebbe essere collocato temporaneamente in una saletta, condividendo con altri uno spazio non pensato per lui. Anche questo aumenta il disorientamento, la sensazione di precariet\u00e0, la difficolt\u00e0 di comprendere dove ci si trovi davvero.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 qui che il carcere incontra gli operatori della salute.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 il carcere non \u00e8 un luogo nato per curare.<\/p>\n<p>\u00c8 un luogo costruito per custodire.<\/p>\n<p>La cura arriva dopo. Deve trovare uno spazio dentro un\u2019organizzazione che risponde, inevitabilmente, anche ad altre priorit\u00e0. Deve conquistarsi un tempo, un luogo, un\u2019occasione di incontro. E molto spesso quello spazio non \u00e8 gi\u00e0 dato: va costruito, minuto dopo minuto, dentro il rumore, dentro l\u2019urgenza, dentro la complessit\u00e0.<\/p>\n<p>Lo psicologo non sempre accoglie la persona in uno studio pensato per favorire il raccoglimento. Non c\u2019\u00e8 sempre una stanza silenziosa, una porta chiusa, un ambiente che protegga naturalmente la relazione. I colloqui avvengono frequentemente in locali condivisi, in spazi adattati, in ambienti attraversati dal rumore dei cancelli, dalle comunicazioni di servizio, dal continuo movimento dell\u2019istituto.<\/p>\n<p><strong>La cura deve farsi strada<\/strong> dentro il rumore.<\/p>\n<p>Ogni volta l\u2019operatore ricomincia da capo. Si presenta. Spiega chi \u00e8. Spiega che appartiene al servizio sanitario. Spiega che quel colloquio non riguarda il procedimento giudiziario, ma la tutela della salute.<\/p>\n<p>Prima ancora di fare una domanda clinica, deve dare un significato al contesto.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 la persona che ha davanti non possiede ancora alcuna codifica di quel mondo. Non sa distinguere i ruoli. Non conosce le procedure. Non comprende perch\u00e9 proprio in quel momento qualcuno voglia sapere come sta, se abbia mai pensato di togliersi la vita, se abbia avuto cure psichiatriche, se riesca a dormire, se abbia paura.<\/p>\n<p>\u00c8 costretta a fidarsi di uno sconosciuto mentre tutto, intorno, continua a comunicare controllo, incertezza e perdita.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio qui che emerge la straordinaria complessit\u00e0 clinica del lavoro dei Nuovi Giunti.<\/p>\n<p>Nel giro di pochi minuti lo psicologo deve contemporaneamente accogliere, ascoltare, osservare, valutare, raccogliere informazioni, effettuare uno screening sul rischio suicidario, individuare eventuali segni di psicopatologia, comprendere le risorse relazionali della persona, tutelarne la privacy e, nello stesso tempo, iniziare a costruire quella fiducia che rappresenta il fondamento di ogni futura alleanza terapeutica.<\/p>\n<p>La burocrazia non pu\u00f2 fermarsi.<\/p>\n<p>La valutazione non pu\u00f2 attendere.<\/p>\n<p>La tutela della persona non pu\u00f2 essere rimandata.<\/p>\n<p>Eppure nessuno di questi compiti pu\u00f2 cancellare la necessit\u00e0 dell\u2019incontro.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 la persona che entra non sa che quelle domande potrebbero salvarle la vita. Non sa che dietro ogni silenzio, dietro ogni esitazione, dietro uno sguardo abbassato o una risposta apparentemente banale, l\u2019operatore sta cercando di comprendere quanto sia elevato il rischio che quel dolore possa trasformarsi in un gesto irreparabile.<\/p>\n<p>Lo screening sul rischio suicidario non serve a compilare una scheda.<\/p>\n<p>Serve a riconoscere che esiste un momento in cui una persona pu\u00f2 sentirsi completamente senza futuro.<\/p>\n<p>La valutazione emotiva non serve a classificare.<\/p>\n<p>Serve a capire quanta speranza sia rimasta.<\/p>\n<p>La valutazione delle capacit\u00e0 relazionali non serve a etichettare.<\/p>\n<p>Serve a comprendere se quella persona sapr\u00e0 chiedere aiuto, tollerare la convivenza forzata, costruire legami sufficientemente protettivi oppure se tender\u00e0 a isolarsi, aumentando il proprio rischio.<\/p>\n<p>Tutto questo diventa ancora pi\u00f9 delicato quando oltre quel cancello entra una persona affetta da una psicopatologia maggiore. \u00c8 proprio questa la fragilit\u00e0 che il mandato sanitario affida, in prima istanza, agli psicologi dell\u2019ASL: riconoscere precocemente chi rischia di essere travolto non soltanto dall\u2019esperienza detentiva, ma anche dalla propria sofferenza psichica.<\/p>\n<p><strong>La malattia mentale modifica profondamente il modo di leggere la realt\u00e0<\/strong>.<\/p>\n<p>Chi vive un episodio psicotico pu\u00f2 interpretare il carcere attraverso il delirio.<\/p>\n<p>Chi \u00e8 gravemente depresso pu\u00f2 non riuscire pi\u00f9 a immaginare un domani.<\/p>\n<p>Chi presenta una marcata disorganizzazione cognitiva pu\u00f2 non comprendere le procedure pi\u00f9 semplici.<\/p>\n<p>Chi vive una profonda disregolazione emotiva pu\u00f2 oscillare, nel giro di pochi minuti, tra il bisogno disperato di essere aiutato e il rifiuto assoluto di ogni relazione.<\/p>\n<p>Per queste persone il carcere rischia di non essere soltanto un luogo di custodia.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 trasformarsi in un luogo di ulteriore frammentazione.<\/p>\n<p>La perdita improvvisa dei riferimenti affettivi, il sovraffollamento, la convivenza forzata, il rumore costante, la difficolt\u00e0 di orientarsi, l\u2019assenza di spazi propri, l\u2019impossibilit\u00e0 di comprendere pienamente ci\u00f2 che accade possono amplificare vulnerabilit\u00e0 gi\u00e0 presenti, fino a rendere il contesto stesso un fattore di rischio.<\/p>\n<p>Per questo il lavoro dei Nuovi Giunti rappresenta uno dei momenti clinici pi\u00f9 delicati dell\u2019intero percorso detentivo. Non si tratta semplicemente di formulare una diagnosi. Si tratta di riconoscere la fragilit\u00e0 prima che venga sommersa dal contesto. Di cogliere il rischio prima che diventi emergenza. Di vedere la persona prima che venga identificata esclusivamente con una matricola, con un reato o con una posizione giuridica.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio qui che accade qualcosa che, osservato dall\u2019esterno, potrebbe sembrare improbabile.<\/p>\n<p><strong>Nonostante tutto, la relazione clinica nasce<\/strong>.<\/p>\n<p>Nasce dentro un corridoio attraversato da persone, in un locale che non possiede le caratteristiche ideali di uno studio clinico, mentre continuano ad aprirsi cancelli, risuonano chiavi, vengono impartite disposizioni e l\u2019istituto prosegue il proprio ritmo.<\/p>\n<p><strong>La cura riesce comunque a trovare uno spazio<\/strong>. \u00c8 forse questo uno degli aspetti pi\u00f9 sorprendenti della clinica in carcere. Perch\u00e9 la relazione terapeutica non \u00e8 generata soltanto dal luogo. Nasce dalla presenza dell\u2019altro. Dalla capacit\u00e0 di fermarsi, anche solo per pochi minuti, davanti a una persona che fino a un istante prima sembrava essere soltanto una matricola in ingresso.<\/p>\n<p>Lo psicologo si presenta.<\/p>\n<p>Spiega chi \u00e8.<\/p>\n<p>Spiega perch\u00e9 \u00e8 l\u00ec.<\/p>\n<p>Ascolta.<\/p>\n<p>Orienta.<\/p>\n<p>Accoglie.<\/p>\n<p>Interviene.<\/p>\n<p>E, quasi impercettibilmente, qualcosa cambia.<\/p>\n<p>Lo sguardo della persona smette di cercare continuamente ci\u00f2 che accade intorno.<\/p>\n<p>La voce rallenta.<\/p>\n<p>Le frasi, inizialmente spezzate, iniziano a raccontare una storia.<\/p>\n<p>\u00c8 come se, per qualche minuto, il rumore dell\u2019istituto rimanesse sullo sfondo.<\/p>\n<p>Non perch\u00e9 scompaia.<\/p>\n<p>Ma perch\u00e9, dentro quello spazio, due persone stanno costruendo qualcosa che il contesto non riesce a interrompere.<\/p>\n<p>La fiducia.<\/p>\n<p>\u00c8 sorprendente osservare come, anche nel pieno della confusione, la persona riesca a riconoscere che quello \u00e8 uno spazio diverso. Uno spazio nel quale pu\u00f2 finalmente dire:<\/p>\n<p>\u00abHo paura.\u00bb<\/p>\n<p>Oppure: \u00abNon ce la faccio.\u00bb<\/p>\n<p>O ancora: \u00abNon so cosa mi sta succedendo.\u00bb<\/p>\n<p>In quel momento il colloquio smette di essere soltanto uno screening.<\/p>\n<p>Diventa un luogo. Non un luogo fatto di mura. Un luogo fatto di relazione.<\/p>\n<p>Uno spazio mentale nel quale qualcuno accoglie il dolore, gli d\u00e0 un nome, lo contiene, lo organizza, restituisce informazioni, orienta la persona dentro un contesto ancora sconosciuto e, nello stesso tempo, costruisce i primi elementi di sicurezza.<\/p>\n<p>In pochi minuti convivono accoglienza, ascolto, valutazione clinica, sostegno, orientamento e prevenzione.<\/p>\n<p>Lo psicologo raccoglie i dati necessari, valuta il rischio suicidario, individua eventuali segni di psicopatologia, tutela la privacy, costruisce l\u2019alleanza terapeutica, informa la persona sulle procedure che l\u2019attendono e, nello stesso tempo, restituisce qualcosa di ancora pi\u00f9 importante: la sensazione che, nonostante tutto, continui a essere vista come una persona.<\/p>\n<p>\u00c8 questa la forza della clinica nei Nuovi Giunti.<\/p>\n<p>Trasformare una procedura in un incontro.<\/p>\n<p>Trasformare il disorientamento in orientamento.<\/p>\n<p>Trasformare la paura in una domanda.<\/p>\n<p>Trasformare il silenzio in una parola.<\/p>\n<p>E, qualche volta, trasformare un momento ad altissimo rischio nel primo passo di un percorso di cura.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 il primo intervento terapeutico non \u00e8 sempre una diagnosi. Non \u00e8 sempre una terapia farmacologica. Talvolta \u00e8 qualcosa di molto pi\u00f9 semplice e, proprio per questo, profondamente umano.<\/p>\n<p>\u00c8 riuscire, nel caos dell\u2019ingresso, a far sentire una persona nuovamente riconosciuta. A ricordarle che, prima della matricola, prima del reato, prima della posizione giuridica, continua a esistere un essere umano.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 da quel riconoscimento che, molto spesso, comincia non soltanto un\u2019alleanza terapeutica, ma anche la possibilit\u00e0 concreta di prevenire il suicidio, contenere la sofferenza e <strong>restituire alla persona il primo, fragile, sentimento di poter ancora immaginare un futuro<\/strong>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">Dott.ssa Mariantonietta Milelli, Dirigente Psicologo Psicoterapeuta ASL ROMA 2 UOC SMPPF<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando il cancello si chiude Il rumore del cancello arriva prima ancora che la mente riesca a comprendere davvero ci\u00f2 che sta accadendo. \u00c8 un suono netto, definitivo. 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