{"id":31878,"date":"2026-04-08T11:00:19","date_gmt":"2026-04-08T09:00:19","guid":{"rendered":"https:\/\/www.salutementale.net\/?p=31878"},"modified":"2026-03-31T16:39:54","modified_gmt":"2026-03-31T14:39:54","slug":"lavorare-in-carcere-una-condivisione-di-emozioni-e-pensieri-che-creano-connessioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.salutementale.net\/?p=31878","title":{"rendered":"Lavorare in carcere. Una condivisione di emozioni e pensieri che creano connessioni"},"content":{"rendered":"<p>\u201cVoci dal carcere\u201d \u00e8 il titolo della nuova collaborazione del Centro Studi e Documentazione con la UOC Salute Mentale Penitenziaria e Psichiatria Forense del carcere di Rebibbia. Ci siamo incontrati, ci siamo confrontati, abbiamo deciso come procedere e, come immaginavamo, ne \u00e8 uscito fuori qualcosa di rilevante. Qualcosa di potente.<\/p>\n<p>Di seguito troverete le nostre emozioni e i nostri pensieri dopo questo incontro, dopo che le parole hanno avuto il tempo di sedimentare e le sensazioni di essere masticate. Per chi \u00e8 interessato a questo mondo, professionalmente e\/o umanamente, ma anche per chi non ne ha mai sentito parlare, per farvi entrare con noi in qualcosa di importante.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><em>Il CSD<\/em><\/p>\n<p>Punizione o cura?<\/p>\n<p>La salute mentale in carcere \u00e8 un diritto costituzionale. Ma la verit\u00e0 \u00e8 che, troppo spesso, viene dimenticato.<\/p>\n<p>Il carcere \u00e8 il luogo delle contraddizioni.<\/p>\n<p>Il carcere separa, isola, chiude. La salute mentale cura, ripara, accoglie.<\/p>\n<p>Prende in carico storie emotive assottigliate, rese invisibili dal ruolo di detenuto.<\/p>\n<p>Per questo siamo qui. Perch\u00e9 crediamo nel potere delle parole. Non ci sono confini a fermare le parole. Non ci sono limiti a spezzare un\u2019intenzione.<\/p>\n<p>L\u2019intenzione \u00e8 quella di unire le forze per raccontare.<\/p>\n<p>Per questo abbiamo deciso di incontrare tutta l\u2019equipe che lavora presso la UOC Salute Mentale Penitenziaria e Psichiatria Forense ASL ROMA 2 di Rebibbia.<\/p>\n<p>La motivazione. E la relazione. Cose invisibili tanto quanto le storie delle persone che, al di l\u00e0 del ruolo sanitario ricoperto, batte dietro corpi che non si lasciano imprigionare dentro uno stesso modo di fare: giudicante.<\/p>\n<p>E quella relazione che tenta un\u2019impresa difficile: cucire trame differenti. E a proposito di trame, lasciamo spazio a chi vuole raccontare come le cose possono cambiare.<\/p>\n<p>E non stupisce che chi sia dotato di una tale narrazione, sia mosso non solo da un animo combattente, ma dalla voglia sincera di incontrare le cose prima di pensare di cambiarle. Oggi abbiamo visto con i nostri occhi l\u2019equipaggio di quella barchetta in mezzo alle onde e mossa dal vento, guidato da una capitana, ma composto da persone animate dallo stesso mordente. Animate dalla consapevole lucidit\u00e0 che solo dal complesso di azioni, ben orchestrate, pu\u00f2 nascere una destinazione comune.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><em>La UOC SMPPF<\/em><\/p>\n<p>Oggi non era una stanza.<br \/>\nEra una soglia.<\/p>\n<p>Le sedie in cerchio sembravano un piccolo rito laico, un modo silenzioso per dirci: restiamo qui, senza difese. Noi, operatori della salute mentale in carcere, siamo arrivati con addosso l\u2019odore delle chiavi, dei corridoi lunghi, delle parole trattenute dietro porte pesanti. Con quella postura che impari nei luoghi che nascono per separare. Con quella competenza che ti tiene in piedi quando tutto \u00e8 complesso \u2014 ma che a volte, senza che tu te ne accorga, ti irrigidisce.<\/p>\n<p>Il carcere.<br \/>\nQuante volte lo abbiamo sentito raccontare come un luogo esoterico. Un altrove. Un pianeta chiuso, oscuro, irraggiungibile. Come se tra noi e il mondo fuori non potesse esistere un linguaggio comune. Come se la relazione fosse un\u2019illusione gentile ma impossibile.<\/p>\n<p>E invece, per due ore, qualcosa ha ceduto.<\/p>\n<p>Ha ceduto sotto la delicatezza delle attente e poche parole dei ragazzi del Centro Studi. Un gruppo che viene da fuori, da un altrove che non ha le nostre chiavi n\u00e9 i nostri corridoi. Uno sguardo nuovo su di noi, su ci\u00f2 che facciamo ogni giorno e che spesso, per abitudine, smettiamo di vedere davvero.<\/p>\n<p>Noi, abituati a nominare, a descrivere, a spiegare.<br \/>\nLoro, capaci di rimandare, evocare, usare sfumature di colore per diffondere calore.<\/p>\n<p>E in questa differenza \u2014 tra il nostro stare dentro e il loro guardare da fuori \u2014 si \u00e8 creato uno spazio inatteso. Uno spazio in cui le parole non restavano chiuse nel racconto, ma diventavano immagini capaci di muoversi oltre noi.<\/p>\n<p>Non c\u2019era fretta. Nessuno spingeva il tempo. Nessuno guardava l\u2019orologio con quell\u2019inquietudine che dice: devo andare, c\u2019\u00e8 altro che conta di pi\u00f9. Eravamo seduti ad agio. E quell\u2019agio era raro. Era una resa buona. Era la decisione tacita di restare.<\/p>\n<p>Oggi la stanza non aveva spigoli.<br \/>\nAnche se le pareti c\u2019erano. Anche se fuori restavano le porte, i corridoi, le chiavi.<\/p>\n<p>Era un varco.<\/p>\n<p>Oggi non abbiamo continuato a scrivere le pagine che conosciamo a memoria.<br \/>\nNon abbiamo letto un libro gi\u00e0 scritto, gi\u00e0 spiegato, gi\u00e0 ripetuto.<br \/>\nNon \u00e8 stata la giornata delle definizioni, delle strutture, dei ruoli allineati come capitoli di un manuale.<\/p>\n<p>Oggi non abbiamo descritto il carcere come si fa nei documenti, nominando gerarchie, funzioni, procedure. Non abbiamo ricopiato ci\u00f2 che sappiamo dire bene, ci\u00f2 che potremmo raccontare anche a occhi chiusi.<\/p>\n<p>Oggi abbiamo iniziato a scrivere qualcosa che non era ancora stato scritto.<\/p>\n<p>Abbiamo iniziato a usare un linguaggio che non sta nei protocolli: un linguaggio di relazione, di desiderio di incontro, di apertura al territorio. Un linguaggio che non parla solo di dentro e di fuori, ma di un \u201ccon\u201d.<\/p>\n<p>Oggi, in una posizione ostinata e contraria rispetto alla narrazione abituale, abbiamo scelto di non ripetere. Di non restare nella comfort zone del gi\u00e0 detto. Di non proteggerci dietro il linguaggio tecnico che ci tiene al sicuro.<\/p>\n<p>Abbiamo iniziato a dirci che vogliamo farci conoscere nel territorio \u2014 non come istituzione astratta, ma come volti, come esperienze, come storie \u2014 e che desideriamo che il territorio sia l\u00ec con noi, non spettatore, ma presenza viva.<\/p>\n<p>Oggi non \u00e8 stata una giornata da manuale.<br \/>\n\u00c8 stata una giornata autentica.<br \/>\nUna di quelle in cui non si ripete, ma si inaugura.<\/p>\n<p>Oggi quella stanza non guadava allo spazio, al tempo, al luogo.<\/p>\n<p>Le parole hanno iniziato a uscire non come relazioni di servizio, ma come frammenti di vita. Nessuno veniva interrotto. Nessuno veniva corretto. C\u2019era una morbidezza nella relazione che si percepiva nel respiro. Una grazia nel modo di pensare dell\u2019altro, nel tentare di definire senza imprigionare, nel descrivere senza chiudere.<\/p>\n<p>Quelle posture pi\u00f9 spigolose, quelle urgenze che tagliano il tempo, quelle parole che premono per affermarsi \u2014 quel giorno erano assenti. E la loro assenza non \u00e8 stata una mancanza.<\/p>\n<p>\u00c8 stata una possibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Oggi quel che appesantisce non aveva spazio.<\/p>\n<p>Ogni voce allargava lo spazio.<br \/>\nOgni sguardo spostava il confine.<\/p>\n<p>Oggi c\u2019era quel che ha senso.<\/p>\n<p>E mentre parlavamo del carcere, abbiamo sentito che stavamo parlando anche di noi. Di quella parte che teniamo segregata. Di quella parte oscura che preferiamo nominare poco. Di quella parte che ha bisogno di essere guardata \u2014 non da lontano, non con distacco professionale \u2014 ma con occhi veri. Con occhi che cercano un senso comune.<\/p>\n<p>Per due ore abbiamo osato sentire che quel mondo non \u00e8 un altrove.<br \/>\nChe quel mondo ci riguarda.<br \/>\nChe quel mondo, in qualche modo, ci appartiene.<\/p>\n<p>Dal nostro punto di vista, oggi abbiamo compreso qualcosa che ci mancava: avevamo bisogno di incontrare altri sguardi. Sguardi che non usano solo il linguaggio tecnico, ma quello simbolico. Sguardi che trasformano le parole in narrazione, le esperienze in immagini, il racconto in segno.<\/p>\n<p>Quando sono apparsi quei due disegni \u2014 nati dalle nostre parole \u2014 \u00e8 stato come vedere il nostro lavoro riflesso in uno specchio pi\u00f9 grande. Qualcuno aveva ascoltato davvero. Aveva accolto ci\u00f2 che dicevamo e lo aveva trasformato. E in quella trasformazione si \u00e8 aperta una connessione che andava oltre il concreto.<\/p>\n<p>Non era pi\u00f9 solo il carcere.<br \/>\nEra un\u2019immagine condivisa.<br \/>\nEra un ponte che prendeva forma.<\/p>\n<p>Siamo un gruppo variegato.<br \/>\nPortiamo una storia forte, pilastri che custodiscono memoria, passaggi fondativi, scelte che ci hanno dato forma. Una storia che non \u00e8 solo cronologia, ma identit\u00e0 sedimentata.<\/p>\n<p>E accanto a chi quella storia l\u2019ha costruita giorno dopo giorno, ci sono nuovi arrivati che ne hanno ascoltato soltanto echi lontani, frammenti raccontati, risonanze non ancora vissute sulla pelle.<\/p>\n<p>Oggi, senza spigoli, la Storia \u00e8 stata interrogata. Non celebrata, non difesa \u2014 interrogata. Perch\u00e9 il Presente ha bisogno di memoria per non svuotarsi. E la memoria ha bisogno di essere attraversata, altrimenti si irrigidisce.<\/p>\n<p>In quella stanza il tempo era liquido.<br \/>\nSi muoveva tra ieri e domani, senza fratture.<br \/>\nIl passato non pesava, il futuro non incombeva: dialogavano.<\/p>\n<p>Non \u00e8 facile sentirsi un corpo unico quando le traiettorie sono diverse.<br \/>\nNon \u00e8 semplice condividere la stessa visione quando le esperienze non coincidono.<\/p>\n<p>Eppure oggi, in quella morbidezza, in quell\u2019assenza di fretta, attraversando quelle immagini che hanno saputo tenerci insieme, abbiamo intuito che esiste un modo per restare.<\/p>\n<p>Oggi, il disegno del futuro per \u2026<\/p>\n<p>\u2026 Restare dentro una storia comune senza uniformarci.<br \/>\n\u2026 Restare nel presente senza smarrire le radici.<br \/>\n\u2026 Restare insieme, non perch\u00e9 identici, ma perch\u00e9 connessi.<\/p>\n<p>\u2026 Restare insieme anche se siamo diversi.<br \/>\n\u2026 Restare dentro una storia senza esserne prigionieri.<br \/>\n\u2026 Restare in una metafora che tiene ci\u00f2 che razionalmente fatica a stare unito.<\/p>\n<p>Il carcere, nato per separare, oggi \u00e8 diventato per un momento luogo di continuit\u00e0. Il territorio \u00e8 entrato dentro. Noi siamo usciti fuori. E nel mezzo si \u00e8 aperto un varco sottile, ma reale. Oggi eravamo al competo.<\/p>\n<p>Oggi non era una stanza.<br \/>\nEra il momento in cui abbiamo smesso di parlare di un mondo chiuso e abbiamo iniziato a sentirlo parte del nostro stesso respiro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cVoci dal carcere\u201d \u00e8 il titolo della nuova collaborazione del Centro Studi e Documentazione con la UOC Salute Mentale Penitenziaria e Psichiatria Forense del carcere di Rebibbia. 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