{"id":30655,"date":"2025-11-25T17:07:53","date_gmt":"2025-11-25T16:07:53","guid":{"rendered":"https:\/\/www.salutementale.net\/?p=30655"},"modified":"2025-11-25T17:07:53","modified_gmt":"2025-11-25T16:07:53","slug":"lettere-da-rebibbia-una-prospettiva-del-carcere-da-chi-ci-lavora-e-da-chi-ci-vive","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.salutementale.net\/?p=30655","title":{"rendered":"Lettere da Rebibbia. Una prospettiva del carcere da chi ci lavora e da chi ci vive"},"content":{"rendered":"<h5 style=\"text-align: right;\"><em>\u201c\u00c8 difficile, fratello mio, vivere da solo in paese straniero\u201d<\/em><\/h5>\n<h5 style=\"text-align: right;\"><em>I cosacchi &#8211; Lev N. Tolstoj<\/em><\/h5>\n<h5><\/h5>\n<p><em>Nel mio ruolo di referente per la formazione della UOC SMPePF ho accompagnato negli anni l\u2019\u00e9quipe in percorsi dedicati alla transculturalit\u00e0 che, da semplici momenti di aggiornamento, si sono trasformati in <strong>spazi di pensiero allargato e condiviso<\/strong>, capaci di accogliere dubbi, intuizioni e nuove prospettive cliniche. Questo continuo dialogo tra il pensare e il fare ha rafforzato il legame tra formazione e pratica quotidiana, nutrendo il lavoro clinico di significati pi\u00f9 profondi.<\/em><\/p>\n<p><em>La co-costruzione della formazione con la UOC Tutela degli Stranieri e della Comunit\u00e0 Vulnerabili e la costante disponibilit\u00e0 dello psichiatra Francesco Colosimo, che da lungo tempo accompagna questi percorsi, hanno ulteriormente alimentato questa crescita: la formazione \u00e8 diventata un luogo in cui ritrovare libert\u00e0 e fiducia nel pensiero, anche in un contesto complesso e talvolta rigido come quello carcerario.<\/em><\/p>\n<p><em>L\u2019apertura alle realt\u00e0 e alle risorse del territorio ha svolto una preziosa funzione di <strong>mediazione culturale<\/strong>, avvicinando mondi e prospettive differenti e permettendoci di entrare in relazione con l\u2019altro con maggiore competenza, ascolto e sensibilit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Cos\u00ec, dalla dialettica tra il \u201cdentro\u201d e il \u201cfuori\u201d del carcere, \u00e8 nato il desiderio di raccontare, in modo semplice ma consapevole, la complessit\u00e0 generata da questo cammino: un sapere condiviso, vivo, che continua a trasformarsi nel dialogo costante tra formazione, clinica e cultura.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0&#8211; Dr.ssa Mariantonietta Milelli, Dirigente Psicologo Psicoterapeuta ASL ROMA 2 &#8211;\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p><strong><em>De Viis Manentibus<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Scendere in carcere \u00e8 come varcare l\u2019Acheronte.<br \/>\nNon si entra soltanto in un luogo, ma in un tempo sospeso, dove la luce si smorza e le voci hanno il peso di un\u2019eco lontano. Nel luogo che rende la realt\u00e0 fantasmatica,<br \/>\nl\u2019operatore sanitario diventa un Virgilio contemporaneo, guida e viandante insieme, che attraversa i gironi del dolore e della burocrazia, cercando di non perdere s\u00e9 stesso.<\/p>\n<p>Chi resta fuori domanda, ma non sempre si pu\u00f2 rispondere.<br \/>\nCi sono regole non scritte, silenzi che proteggono e imprigionano insieme.<br \/>\nE allora non resta che mormorare \u2014 <em>\u201cvuolsi cos\u00ec in questo mondo, e pi\u00f9 non dimandare.\u201d<\/em><\/p>\n<p>Eppure, il racconto nasce proprio da quel silenzio, nel corridoio oscuro, rischiarato dalla luce dell\u2019incontro con un altro sapere: quello dell\u2019etnopsichiatria, che ci ha insegnato a leggere le ferite dell\u2019anima attraverso le lingue e le culture. La mediazione culturale per traghettare e trovare sosta tra rive lontane.<\/p>\n<p>E cos\u00ec, tra l\u2019operatore e la persona detentuta, si apre un varco.<br \/>\nL\u00ec dove sembrava esserci solo il muro, nasce un ponte di ascolto,<br \/>\ne in quel breve passaggio di parole, di storie, di sguardi,<br \/>\nsi intravede la possibilit\u00e0 che anche negli inferni dell\u2019uomo<br \/>\npossa filtrare, a volte, una scintilla di luce.<\/p>\n<p>Quando A. M. arriv\u00f2 a Rebibbia, l\u20198 aprile del 2024, il suo sguardo sembrava attraversare le pareti. Non c\u2019era rabbia nei suoi occhi, n\u00e9 paura: solo una distanza immobile, come se nulla di ci\u00f2 che lo circondava lo riguardasse davvero.<\/p>\n<p>I compagni di sezione lo avevano accolto con diffidenza. La sua diversit\u00e0 \u2014 di lingua, di cultura, di modo di stare al mondo \u2014 divenne subito un motivo di sospetto. Nessuno gli parlava, qualcuno lo derideva, altri lo evitavano come se fosse contagioso. Isolato, altro naufragio in s\u00e9, in balia della corrente, ancora una volta senza punti di riferimento, senza un volto amico, senza voce. Nessuno a sostenerlo, se non la deriva di se stesso.<\/p>\n<p>Nella cella, il tempo si fece lento, quasi immobile. Restava sdraiato per ore, lo sguardo fisso, il corpo abbandonato. Rifiutava il cibo, le cure, ogni contatto umano. Poi i gesti divennero pi\u00f9 disorganizzati, il linguaggio si spense del tutto: si spogliava, sputava, lasciava escrementi sul pavimento.<br \/>\nNon era violento, ma perso, come se il confine tra s\u00e9 e il mondo si fosse dissolto. Sulla sua branda, una zattera in mare aperto.<\/p>\n<p>Il suo percorso migratorio era stato il primo mare da attraversare \u2014 un viaggio verso la salvezza che si era trasformato in una lunga deriva, segnata dal rischio costante per la propria vita e dall\u2019impossibilit\u00e0 di riconoscersi ancora in un volto, in una storia, in un nome.<br \/>\nIl carcere era stato il secondo mare, diverso ma altrettanto spietato: un luogo di confusione e spaesamento, dove l\u2019approdo si dissolve ogni giorno, dove essere visto e riconosciuto diventa quasi impossibile.<\/p>\n<p>E poi c\u2019era stato il delirio \u2014 il terzo mare, quello interiore.<\/p>\n<p>Non un naufragio, ma un <strong>tentativo disperato di restare a galla<\/strong>.<\/p>\n<p>Come un uomo che, non sapendo pi\u00f9 nuotare, si aggrappa a un frammento di s\u00e9 per non sprofondare. Un oceano tra s\u00e9 e noi.<\/p>\n<p>Il delirio come <strong>un salvagente psichico<\/strong>, una difesa estrema contro il dolore di una ferita identitaria che non pu\u00f2 essere toccata senza rischiare di disintegrarsi. Una disorganizzazione che non distrugge, ma che <strong>protegge<\/strong>: un modo per non dover guardare tutto il dolore, tutto il vuoto. Forse l\u2019unico linguaggio possibile per dire ci\u00f2 che non pu\u00f2 essere detto. Un linguaggio fatto di gesti, di silenzi, di corpi che parlano quando le parole non arrivano pi\u00f9. Un delirio per galleggiare, per non annegare nella storia.<\/p>\n<p>E dentro quel fluttuare caotico, la traccia pi\u00f9 autentica di una ricerca: <strong>restare vivo<\/strong>, anche solo un po\u2019, anche se tutto intorno \u00e8 ancora mare.<\/p>\n<p>Il <strong>27 maggio 2024<\/strong>, di fronte a quel naufragio psichico, l\u2019\u00e9quipe sanitaria decise di intervenire con un <strong>Trattamento Sanitario Obbligatorio<\/strong>. Non fu un episodio isolato, ma l\u2019inizio di una presenza <strong>continua e costante<\/strong>: pi\u00f9 momenti di intervento, pi\u00f9 mani tese, pi\u00f9 tentativi di raggiungerlo anche quando sembrava inaccessibile. Non era solo un atto clinico, ma un gesto profondamente umano \u2014 il tentativo di costruire un ponte verso di lui, di restituirgli una direzione, un contatto, una possibilit\u00e0. Sottrarlo ai suoi marosi.<\/p>\n<p>Dopo il ricovero in reparto psichiatrico, per un periodo lontano dal rumore delle sbarre e dal giudizio degli altri, A. M. trov\u00f2 lentamente <strong>una forma di sponda, un approdo<\/strong>.<br \/>\nAl rientro dal reparto, per lui un luogo pi\u00f9 protetto, sempre in carcere. Un luogo dove, almeno dal punto di vista di alcuni operatori sanitari, <strong>poteva finalmente iniziare ad appoggiare i piedi<\/strong>, a uscire da quella deriva che lo aveva consumato. Il contesto protetto, la presenza costante e paziente dei sanitari, la mediazione culturale che traduceva non solo le parole ma anche il dolore, diventarono <strong>i primi argini contro il suo smarrimento<\/strong>.<br \/>\nL\u00ec, dove il mare interiore sembrava non finire mai, qualcuno gli tese una mano. E quella mano, questa volta, non lo lasci\u00f2 pi\u00f9.<\/p>\n<p>All\u2019inizio il silenzio rest\u00f2. Poi, piano, qualcosa cambi\u00f2. Si lavava, chiedeva e guardava negli occhi chi gli parlava.<\/p>\n<p>Accett\u00f2 noi, e le sue giornate si riempirono di piccoli gesti di ritorno: un \u201cgrazie\u201d, un sorriso, una frase in inglese, una domanda su quando sarebbe potuto uscire.<\/p>\n<p>Fu allora che il suo \u201cdisorientamento\u201d inizi\u00f2 a trovare voce e contesto, rivelandosi non come un semplice dato clinico su tre assi, ma come la conseguenza di un vissuto estremo: il naufragio nel Mediterraneo, i sette giorni alla deriva, il continuo migrare tra Germania e Italia, la solitudine, la paura. Una storia che sfuggiva ai confini della diagnosi e chiedeva prima di tutto di essere ascoltata e riconosciuta. Ogni trauma era una cicatrice che il corpo aveva custodito in silenzio, fino a quando la mente non aveva ceduto.<\/p>\n<p>Il TSO e la cura successiva non furono soltanto trattamenti clinici, ma <strong>un approdo possibile dopo un viaggio troppo lungo nel dolore<\/strong>.<\/p>\n<p>Ed ora \u00e8 tempo per Lui di vedersi: chiede<strong> di contattare l\u2019Ambasciata del Sudan<\/strong>. Non per un documento, non per un atto burocratico, ma per un bisogno pi\u00f9 profondo e di contatto: <strong>ritrovare un fratello<\/strong>, un nome, un frammento della sua storia. Per la prima volta dopo anni nomina la parola \u201cfamiglia\u201d: come se cercasse, attraverso questa richiesta, di <strong>riappropriarsi della propria identit\u00e0<\/strong>, di riordinare i pezzi dispersi del suo s\u00e9.<br \/>\nLa risposta non \u00e8 ancora arrivata, ma quella domanda \u2014 quella semplice, ostinata richiesta di contatto \u2014 resta l\u00ec, come una preghiera silenziosa, come il segno di un uomo che ha ricominciato a cercarsi. Forse la sua psicosi era stata, in fondo, un modo per non dover tenere insieme una storia troppo dolorosa. E ora, nella cura, nei piccoli gesti quotidiani, nelle parole ritrovate, sembra chiedere a qualcuno di <strong>aiutarlo a rimettere a posto i pezzi<\/strong>, con la delicatezza che serve quando si tocca qualcosa di rotto ma ancora vivo.<\/p>\n<p>Oggi A. M. non \u00e8 pi\u00f9 il corpo immobile di quei giorni. Si presenta curato, sereno, partecipa, sorride. Ha imparato a dire qualche parola in italiano.<\/p>\n<p>Il suo punteggio di funzionamento globale \u00e8 passato da 23 a 61: numeri che, nella lingua clinica, <strong>raccontano la<\/strong> <strong>distanza tra la sopravvivenza e la vita<\/strong>.<\/p>\n<p>Resta un uomo in equilibrio precario, sospeso tra due mondi \u2014 quello che ha perduto e quello che non lo ha mai davvero accolto. Ma ora pu\u00f2 almeno nominare la sua storia. E quando dice \u201c<em>torner\u00f2 in Sudan<\/em>\u201d, non sembra voler fuggire: sembra, piuttosto, cercare un porto dove poter finalmente fermarsi, dopo troppo mare.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>\u201c Terra! Terra\u00a0 \u2026<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>Dopo settimane di angoscia\u00a0 e disperazione, <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>vedevano finalmente la salvezza davanti a loro:<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>la terra promessa, la fine dell\u2019oceano sconosciuto\u201d<\/em><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">&#8211; A History of the Life and Voyegers of Christofer Columbus<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">Washington Irving (1828) &#8211;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201c\u00c8 difficile, fratello mio, vivere da solo in paese straniero\u201d I cosacchi &#8211; Lev N. 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